Silvia Amicucci che “sussurra alle api”: «La loro è una società perfetta»

L'apicoltrice che non si annoia mai è stata intervistata da studenti e studentesse della scuola media di Montefano dell'Istituto comprensivo della Robbia nell'ambito di un laboratorio di giornalismo a cura di Cronache Junior

Silvia Amicucci
L’apicoltrice Silvia Amicucci

Un’intervista all’apicoltrice Silvia Amicucci. A realizzarla sono stati studenti e studentesse della scuola media “Falcone e Borsellino” di Montefano dell’Istituto comprensivo della Robbia di Appignano nell’ambito di un laboratorio di giornalismo a cura di Cronache Junior.

Hanno partecipato all’intervista Angelo Quattrini, Ginevra Rossini, Nicolas Corvatta e Sofia Ceci della 2C, Nicola Carancini e Elena Vescovo della 3D, Veronica Paparelli e Souham Mustafa della 3C.

Di seguito l’intervista. 

***

«Quella delle api è una società perfetta». A dirlo è Silvia Amicucci, apicoltrice montefanese che, da più di 10 anni, sta portando avanti questa grande passione. Ci ha raccontato che le api si sono evolute per più di 200 milioni di anni fino a raggiungere una società perfetta dove nessuno comanda, ma tutti collaborano: l’interesse non è della singola ape ma dell’intero alveare.

Api e umanità: legame di sopravvivenza

La società umana vanta molti meno anni di evoluzione rispetto alle api, per questo dovremmo prendere spunto dal loro modo di vivere. La loro scomparsa metterebbe in dubbio anche la nostra sopravvivenza, senza le api la catena alimentare sarebbe distrutta. Non si deve aver paura della scomparsa delle api a lungo termine ma quella della nostra specie che avverrebbe in un breve periodo dopo la loro decimazione.

La società delle api

L’apicoltrice ci ha spiegato che la società delle api è organizzata in questo modo: la regina non comanda dentro l’alveare, ma è l’unica che può garantire la sopravvivenza e la moltiplicazione dello sciame; tutte le api hanno un ruolo ben preciso, lavorano e si aiutano a vicenda svolgendo diversi ruoli: le api operaie che si prendono costantemente cura dell’ape regina, in generale sono un po’ le “tuttofare”. Le api esploratrici, le più anziane, si spostano alla ricerca di cibo.

Le api bottinatrici, sono le più laboriose e sempre indaffarate, si occupano del trasporto delle materie prime per la produzione del miele in alveare. Le api spazzine hanno il compito di mantenere pulito e ordinato l’alveare. Le api nutrici si occupano esclusivamente di nutrire le larve appena nate. Le api guardiane difendono in modo assoluto l’alveare. I fuchi sono i maschi che hanno come unico obiettivo quello di fecondare l’ape regina che potrà in questo modo deporre le uova.

Silvia Amicucci, tra api brasiliane ed italiane

Affascinati dal racconto di Silvia Amicucci, le abbiamo fatto qualche domanda per conoscerla meglio.

Da quanti anni lavora in questo settore?
«Lavoro in questo settore da dieci anni, dal 2017 ho aperto la partita IVA e dal 2019 ho il laboratorio di smielatura. Le api devono affrontare molte difficoltà e minacce: la Varroa destructor, un parassita in grado di distruggere intere colonie, e la vespa velutina, un calabrone arrivato dall’Asia che sta decimando le api in molte parti d’Italia e che sta ora raggiungendo le Marche. Aumentano anche i problemi ambientali, come la monocultura, i pesticidi e i diserbanti, che uccidono le api quando vanno a raccogliere il polline».

Sappiamo che è stata in Brasile e si è laureata con una tesi sulle api brasiliane, ma lavorava già con le api italiane?
«No. Sono tornata a casa, ho fatto la tesi sulle api brasiliane. Ho mandato un po’ di curricula. Sono stata due anni a casa senza fare un lavoro inerente al mio, perché non lo trovavo. Sono andata in qualche cooperativa di apicoltori molto grandi senza contratto e senza nessuna prospettiva di crescita. Poi ho avuto la fortuna di lavorare nell’azienda biologica di Gabrielloni Cesarina, qui a Montefano, che aveva qualche arnia e quindi ho iniziato piano piano con lei a vedere veramente le api dal vivo. Io ho cominciato da zero arnie, perché non ho i genitori con la terra, con l’azienda già avviata. Ho preso i miei primi sciami e adesso sono arrivata a un centinaio di api».

L’apicoltrice che non si annoia mai

Le capita mai di annoiarsi?
«Vorrei annoiarmi ma ogni giorno c’è un nuovo lavoro da svolgere; ogni anno crescono i problemi e le difficoltà aumentano e imparo sempre cose nuove».

C’è ancora passione?
«Sì, perché non si smette mai di imparare. Ahimé, i problemi delle api stanno aumentando anno dopo anno. Se non ci aggiorniamo, non riusciamo ad andare avanti».

In che cosa consiste il suo lavoro?
«Il lavoro non è solo quello di andare dalle api ma anche quello di raccogliere del buon miele; fare le candele d’inverno, andare nelle scuole a parlare di api. Se si riesce, questo lavoro si può diversificare in tanti modi».

Il benessere per tutto l’alveare

Cosa possiamo imparare dalle api?
«Si può imparare tanto! Le api sono un organismo costituito da 40mila individui, con una sola regina che non ha alcun potere decisionale sull’alveare, e nessuna ape potrebbe sopravvivere da sola. Hanno bisogno di essere un gruppo per funzionare e non c’è nessuno che comanda: tutte sanno cosa fare.

Il principio che muove l’alveare non è il singolo, ma il benessere di tutto l’alveare: dalle guardiane, che si sacrificano per difenderlo, alle bottinatrici, che sono le api che vanno sui fiori e trovano quelli con più nettare. Non se lo tengono per sé, come noi umani che brevettiamo le scoperte per fare soldi, ma lo raccontano alle sorelle dentro l’arnia, così che sia l’intera società a poter andare a prendere il nettare nei campi di fiori.

Quando trovano una fonte d‘acqua, rilasciano un feromone nell’aria che interessa tutte le api, non solo quelle della loro famiglia ma a tutte le api in quell’ambiente, così poi le altre sanno dove andare a bere: una società perfetta. Si sono evolute per 200 milioni di anni, sanno stare al mondo meglio di noi. Questo è il modo più efficace di andare avanti. Infatti, loro sicuramente ci riusciranno.

Se noi continuiamo così, porteremo le api a un numero tale che la nostra sopravvivenza sarà messa in crisi. A rischio sarà l’impollinazione e le conseguenze si avranno su tutte le catene alimentari, che dipendono dalle api. Alla fine, qualche famiglia di api, magari quella africanizzata o quella più aggressiva, riuscirà a sopravvivere e noi saremo solo un lontano ricordo.

Noi siamo convinti di fare del bene alle api, mettendoci in un gradino superiore, ma in realtà sono loro che fanno del bene a noi e dovremmo evitare di ucciderle, perché fanno gratuitamente un servizio di impollinazione, ci mantengono in vita e ci regalano il miele».

Ape
Bee and Honeycomb

Come non farsi pungere

Come ci si comporta quando ci sono le api, come possiamo evitare di essere punti?
«Se siete vicino ad un’ape o siete andati vicino un’arnia, siete voi a invadere il loro spazio. I guardiani tenteranno, a ragione, di difendere l’arnia. Il consiglio è: non è il vostro spazio, allontanatevi.

Se siete vicino ad un’ape, perché siete in un campo di fiori, quell’ape non è più una guardiana, perché non sta difendendo niente; lo è stata prima, ora è diventata una bottinatrice, quindi l’istinto di quell’ape è solo di raccogliere il nettare: potete anche guardarla a 2 cm, non vi farà nulla, a meno che l’ape non sia spaventata o indisposta, perché magari c’è tanto vento o c’è poco nettare, o è molto secco e hanno difficoltà a trovare da mangiare; in quel caso è un po’ nervosa.

La cosa migliore è non difendere la faccia con le mani, perché quel gesto le spaventa: mani dietro la schiena e lentamente allontanarsi. Restare immobili non basta, perché a volte si potrebbero incastrare nei capelli e quindi calmi, non buttare in aria adrenalina, perché sentono la paura, mani dietro la schiena e allontanarsi. Non andare ad agitarle, non proteggere la faccia con le mani, perché per loro potrebbe essere un’aggressione».

Un universo quasi tutto al femminile

Qual è la differenza tra ape maschio e femmina?
«Nell’alveare ci sono 40.000 femmine e un centinaio di maschi. Le api femmine faranno le spazzine, le nutrici, le ceraiole, le magazziniere, le ventilatrici, le guardiane e le bottinatrici, perché hanno il pungiglione, il maschio non lo ha; hanno le zampe modificate per raccogliere il polline, il maschio non lo ha; la lingua abbastanza lunga per raccogliere il nettare e nutrire le larve, il maschio non la ha; il maschio non fa la pappa reale.

Quindi, dentro l’alveare il maschio può solo usare le ali per ventilare un pochino e mangiare il doppio delle sorelle e fecondare le regine in volo, quindi darà un contributo diverso nell’alveare».

L’ape regina, non una promozione ma una trasformazione

Quanto vive in media la regina?
«La regina è geneticamente uguale alle altre sorelle api operaie solamente inizia a mangiare pappa reale al terzo giorno di vita, quando è ancora una larva, e mantiene questa alimentazione per tutto lo stadio larvale e poi da adulta. Quindi la larva diventa più grande e sviluppa alcuni organi, mentre non ne sviluppa altri: l’ape regina non farà la cera, non farà la pappa reale, però ha le ovaie ben sviluppate.

Quindi, ogni ape è geneticamente identica, cambia solo l’alimentazione. La regina può vivere anche quattro anni, mentre l’ape operaia può vivere d’estate quaranta giorni, perché si sfianca facendo avanti e indietro sui fiori. Se, invece, nasce in autunno deve sopravvivere tutto l’inverno, perché poi l’ape regina fa meno uova d’inverno e devono essere le prime ad andare sui fiori per far ripartire tutta la famiglia; quindi, le api autunnali vivono anche tre mesi».

Quindi potenzialmente tutte le api possono diventare regine? Ci sono preferenze?
«Sì, in teoria quasi tutte le api femmine operaie potrebbero diventare regine, ma con importanti limitazioni temporali e biologiche. Non si tratta di una “promozione” in età adulta, ma di una trasformazione radicale che avviene durante lo stadio larvale».

Grazie a Silvia, “che sussurra alle api”, abbiamo capito che se la nostra fosse una società perfetta come quelle delle api, non ci sarebbero problemi, perché tutti avremmo un compito ben preciso e sapremmo collaborare rispettando gli altri.

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