La scuola senza confini, aristocrazia dell’umano

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Scuola, ragazzi e ragazze all'uscita

Memoria dell’insegnante Maria Laura Platania davanti a un Paese che torna a interrogarsi su chi abbia diritto di sedere accanto ai suoi figli e figlie


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Mettere un tetto agli studenti e alle studentesse non italiani nelle scuole del Paese. Il decreto annunciato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni sta alimentando il dibattito in tutta Italia.

Maria Laura Platania, insegnante di italiano che vive da tanti anni nelle Marche, racconta la sua esperienza.

Maria Laura Platania
Maria Laura Platania

di Maria Laura Platania

La prima fu una bellissima ragazza vietnamita.
Sono trascorsi quasi cinquant’anni, ma certi volti non invecchiano nella memoria di chi ha insegnato.
Rimangono sospesi in un’età che non conoscerà mai il proprio domani.
L’ultima volta che la vidi era felice. Indossava un elegante cappottino rosso, aveva lunghi capelli neri, lucidi, gli occhi brillanti e quelle labbra a cuoricino che rendevano ancora più delicata la sua bellezza.
Era fidanzata, frequentava l’università, sembrava finalmente appartenere a una stagione della vita nella quale il futuro si lascia immaginare senza paura.
Eppure si tolse la vita.


Forse aveva visto troppo, prima di arrivare in Italia. Forse custodiva immagini che nessun affetto, nessun successo, nessuna felicità apparente erano riusciti a cancellare. Non lo so e non voglio attribuire alla sua morte spiegazioni che non possiedo.
So che quella ragazza è rimasta con me.
Con il suo cappottino rosso e con il mistero di una sofferenza che non avevo saputo vedere.

Il mondo che cambia sui banchi di scuola

Da allora, per me, nessun alunno o alunna straniero è mai stato una categoria.
Dietro una provenienza geografica può esserci un’infanzia spezzata, una lingua perduta, una madre lontana, un Paese che non esiste più nella forma in cui lo si è lasciato.
Oppure, semplicemente, un ragazzo o una ragazza che desidera imparare, innamorarsi, ridere, sbagliare e diventare adulto senza dover rappresentare continuamente il luogo dal quale proviene.
Nel corso della mia lunga esperienza di insegnante ho visto cambiare il mondo attraverso i banchi di scuola.

Chi sono le persone straniere

All’inizio gli stranieri erano, paradossalmente, italiani.
Erano i ragazzi del Sud, arrivati con le famiglie in cerca di lavoro, che talvolta tentavano di nascondere la propria provenienza, di addomesticare l’accento, di cancellare dal linguaggio le tracce della terra d’origine. Avevano già intuito una delle più crudeli lezioni che una società possa impartire a un adolescente: per essere accolto, devi somigliare a chi ti accoglie.


Poi arrivarono i ragazzi e le ragazze dell’Est europeo.
Quindi le persone africane, alcuni fuggiti dalla guerra, altri dalla povertà, altri ancora da entrambe, perché la fame e la violenza conoscono forme diverse della medesima disperazione.
Arrivarono i cinesi, alcuni dei quali mostravano una straordinaria familiarità con la matematica, capaci di trovare nella precisione dei numeri una lingua comune quando quella italiana era ancora un territorio da conquistare.


Ricordo una ragazza del Myanmar.
Diceva di avere mal di testa e di dover tornare a casa, dalla nonna, per curarsi. Non chiedeva soltanto una medicina.
Chiedeva di ritrovare il luogo in cui il dolore aveva un nome familiare e qualcuno sapeva come prendersene cura.
La nostalgia può diventare una sofferenza fisica, soprattutto quando si è troppo giovani per comprendere che esistono lontananze dalle quali non si guarisce tornando semplicemente indietro.
Li ho conosciuti sospettosi, guardinghi, talvolta ostili.
Li ho visti difendere la propria solitudine con quella scontrosità che gli adulti scambiano facilmente per cattiva educazione.
Poi, lentamente, qualcosa cambiava.
Una parola capita. Una verifica riuscita.
Una risata condivisa.
Un compagno che smetteva di domandare da dove venissero e cominciava a chiedere se il pomeriggio sarebbero usciti insieme.

Amicizia oltre la tolleranza


L’integrazione non aveva il fragore delle dichiarazioni ufficiali.
Aveva il rumore delle sedie spostate per fare posto a un altro. E arrivavano le amicizie.
Amicizia, parola profondamente cristiana, ben più impegnativa della tolleranza, perché tollerare significa sopportare una presenza, mentre essere amici significa riconoscerla come parte della propria vita. Qualcuno di quei ragazzi e di quelle ragazze è andato negli Stati Uniti.
Qualcuno è tornato nella propria terra.
Altri sono rimasti qui.
Sono diventati medici, farmacisti, professionisti, uomini e donne che hanno costruito una famiglia e restituito alla comunità molto di quanto avevano ricevuto.


Non ne rivendico il successo.
Un insegnante non è il proprietario del futuro dei propri allievi e delle proprie allieve.
Ma conosco l’immensa soddisfazione di aver partecipato, sia pure per una stagione, alla loro possibilità di scegliere chi diventare.
È da questa storia, non da una militanza di circostanza, che guardo alle parole pronunciate in questi giorni da Giorgia Meloni con tanta enfasi.
La presidente del Consiglio ha annunciato un provvedimento per introdurre un limite al numero di studenti stranieri nelle classi, sostenendo che i bambini e le bambine italiani non debbano sentirsi minoranza nella propria scuola.

Cosa chiediamo alla scuola

Ha presentato la misura come parte di una politica di integrazione, insieme all’apprendimento dell’italiano da parte dei genitori degli studenti con maggiori difficoltà.
Il presidente Mattarella, inaugurando l’anno scolastico ad Amatrice il 21 settembre, ha ricordato invece che la scuola deve contribuire a non formare ghetti, a non alzare barriere, a unire anziché lacerare, richiamando la Costituzione e il suo principio fondamentale: la scuola è aperta a tutti. Non intendo trasformare il richiamo costituzionale del Capo dello Stato in una replica diretta alla presidente del Consiglio.
Mi interessa la questione che le due dichiarazioni, accostate, consegnano alla nostra coscienza.


Che cosa chiediamo alla scuola?
Di custodire le differenze separandole o di educare a una convivenza che non nasce spontaneamente e richiede competenza, pazienza e responsabilità?
Nessuno che abbia davvero insegnato può negare le difficoltà dell’integrazione.
Esistono classi nelle quali le distanze linguistiche e culturali rendono il lavoro didattico estremamente impegnativo.
Esistono insegnanti lasciati soli, famiglie che non collaborano, alunni italiani e stranieri che non ricevono l’attenzione di cui avrebbero bisogno.
Non è sufficiente pronunciare la parola inclusione per realizzarla.
Occorrono risorse, mediatori, docenti preparati e un’organizzazione scolastica capace di distinguere le necessità reali degli studenti dalla semplice cittadinanza riportata su un documento.
Un ragazzo nato in Italia da genitori stranieri non ha necessariamente gli stessi bisogni di uno arrivato ieri da una zona di guerra.
E nessuno dei due dovrebbe essere confuso con un problema statistico prima ancora di essere conosciuto.

L’uguaglianza va costruita


Ricordo Edmondo De Amicis.
Nel suo Cuore, il bambino calabrese accolto in una classe torinese racconta l’Italia ancora impegnata a diventare una nazione attraverso il riconoscimento delle proprie diversità.
Quella pagina dovrebbe interrogare la nostra memoria collettiva. Ieri erano i meridionali a doversi liberare dall’accento. Oggi sono altri bambini e altre bambine a dover dimostrare di meritare il banco accanto.


Domani chi saranno? Collodi, con la sublime semplicità dei grandi scrittori, affida a Geppetto un gesto che vale un trattato di pedagogia. Vende la propria casacca per comprare l’Abbecedario a Pinocchio.
Il vecchio falegname si priva di qualcosa di necessario perché il figlio possa accedere a qualcosa di essenziale. Non chiede se il bambino meriti quella spesa. Non si interroga sulla sua futura utilità sociale. Scommette sull’istruzione.


E poi don Lorenzo Milani, che dovremmo smettere di celebrare soltanto negli anniversari per ricominciare a leggere nelle sue pagine più scomode. «Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali».


È questa la lezione.
Non l’uguaglianza proclamata, ma quella costruita.
Non la medesima risposta per tutti, ma la capacità di dare a ciascuno gli strumenti necessari per raggiungere una possibilità comune.
La scuola non deve fingere che le differenze non esistano. Deve impedire che diventino condanne.


E qui mi soccorre Erri De Luca, in una delle pagine più luminose de Il giorno prima della felicità, quando racconta la scuola pubblica come un luogo capace di attribuire dignità a chi fuori non ne possedeva.
L’istruzione dava importanza ai poveri, mentre i ricchi avrebbero comunque avuto modo di istruirsi.
Tra quelle mura era possibile sperimentare il pari. Il dispari ricominciava fuori.

L’aristocrazia dell’intelligenza


Ho trascorso buona parte della mia vita dentro quel pari.
Conosco il suo valore perché ho conosciuto il dispari.
L’ho visto negli occhi dei ragazzi che si vergognavano di un cognome, di un vestito, di una madre che non parlava italiano, di un padre che svolgeva un lavoro considerato umile.
E l’ho visto dissolversi, almeno per qualche ora, quando un ragazzo scopriva di essere bravo in qualcosa e gli altri cominciavano finalmente a guardarlo per ciò che sapeva fare.
È questa la vera aristocrazia della scuola. Non quella del sangue, del censo, del passaporto.
Quella dell’intelligenza che si coltiva, della sensibilità che si educa, della dignità che si riconosce.

La cultura non si consuma dividendola


E la sinistra? Le opposizioni hanno contestato la proposta governativa, ma la questione culturale rimane più ampia delle dichiarazioni di giornata.
Chi rivendica la tradizione dell’emancipazione attraverso l’istruzione è chiamato a tradurla in proposte, strumenti e risorse, senza accontentarsi della rassicurante superiorità morale delle parole.
Perché la scuola non ha bisogno di spettatori indignati.
Ha bisogno di adulti capaci di assumersene la responsabilità.


Il consenso espresso da Roberto Vannacci alle misure annunciate da Meloni conferma quanto il tema sia ormai entrato nella contesa sull’identità nazionale.
Ma l’identità di un Paese non si misura soltanto attraverso ciò che intende preservare.
Si racconta anche attraverso ciò che riesce a trasmettere. La lingua italiana non appartiene meno agli italiani quando viene imparata da un bambino del Myanmar.
Dante non diventa meno nostro quando viene letto da un ragazzo cinese.
La Costituzione non perde autorevolezza quando un figlio di rifugiati ne comprende i principi.


La cultura non è un patrimonio che si consuma dividendolo. È una ricchezza che aumenta quando qualcuno la conquista.
E adesso, dopo tanti anni, torno con il pensiero alla mia ragazza vietnamita.
La rivedo con quel cappottino rosso, così elegante, quasi festoso, i capelli nerissimi sulle spalle, gli occhi accesi di una felicità che allora mi era sembrata una promessa. Era già uscita dalla scuola, studiava all’università, amava ed era amata.
Aveva attraversato il nostro Paese e la nostra istruzione senza trovare, forse, un approdo sufficiente al dolore che portava dentro.
Non voglio farne il simbolo di una politica, né utilizzare la sua morte come argomento contro qualcuno.
Le devo una memoria più rispettosa.


Mi ricorda che un ragazzo può custodire una sofferenza che nessun registro scolastico saprà annotare e che la scuola, pur senza poter risolvere ogni dolore, ha il dovere di non aggiungere solitudine alla solitudine. Forse è proprio da qui che dovremmo ricominciare.
Dalla consapevolezza che ogni banco custodisce una biografia e ogni biografia rappresenta una responsabilità. Da una politica capace di parlare di istruzione senza ridurla a una battaglia simbolica.
Da una società che non confonda la tutela dei propri figli con l’indifferenza verso quelli degli altri.

Quale Paese incontrare


E da una domanda che vorrei consegnare soprattutto a chi non ha mai insegnato, a chi non ha mai visto la vergogna trasformarsi in fiducia, il sospetto in amicizia, un cognome difficile diventare semplicemente il nome di un compagno. Quando un bambino entra nella nostra scuola, quale Paese desideriamo che incontri?
Un Paese che gli domanda anzitutto quanto spazio occupi o un Paese che gli insegni quanto spazio possa ancora conquistare nel mondo?
Perché il futuro dell’Italia non dipenderà soltanto da quanti bambini e bambine riusciremo a far entrare nelle nostre aule.
Dipenderà da ciò che avranno imparato, standoci insieme, i bambini e le bambine che un giorno saranno chiamati ad abitarla, a custodirla e a consegnarla a quelli che verranno.


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