
Reporter Junior in azione al Convitto Leopardi di Macerata. La classe 1C della scuola secondaria di I grado ha realizzato una serie di interviste a tema musicale per Cronache Junior. Questa è la prima.
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di Penelope Lapponi, Nilde Lazzari, Zoe Perugini, Angelica Romagnoli, Jacopo Angeletti, Francesco Mazzieri e Alessandro Perroni
Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare nella nostra scuola, il Convitto Leopardi, il M° Giovanni Sorana, pianista e concertista, nonché insegnante appassionato di pianoforte nell’indirizzo musicale del Convitto Nazionale di Macerata. Musicista globetrotter, ha suonato in tutti i continenti, ma nel cuore rimane fiero portabandiera musicale della sua città natale, Visso, dove ha deciso di continuare a vivere ancora oggi, nonostante tutte le difficoltà delle Sae. Sorana ha fondato la Corale di Visso e ne ha diretto per anni il Poliphonica Festival, insieme ai Seminari Musicali del Settembre Musicale, prima del terribile sisma del 2016.

Professor Sorana, come è nata la sua passione per la musica?
«È venuta da sé, in realtà. Tutto è iniziato quando avevo 8 anni. Sono originario di Visso, un piccolo paese distrutto dal terremoto del 2016. Mio padre aveva un negozio di ferramenta in piazza, quindi alle elementari, dopo la scuola, andavo lì. Vedevo sempre un mio amico uscire ogni giorno da una casa con una valigetta: dentro c’erano gli spartiti per le sue lezioni di pianoforte. La cosa mi incuriosì molto e fu così che decisi di seguire le sue orme e conobbi la mia prima insegnante di pianoforte, Maria Teresa Ghia. Ricordo perfettamente il giorno, il mese, l’anno e perfino l’ora: era il 16 novembre del 1982 alle 18. Io in realtà avrei voluto suonare la batteria, ma la Maestra mi disse che dovevo iniziare dal pianoforte, perché lo studio di questo strumento è imprescindibile anche se poi se ne vogliono studiare altri. I miei genitori erano d’accordo e così è nata la mia passione».

Qual è stato il suo percorso di studio?
«La mia insegnante consigliò la mia famiglia di iscrivermi in Conservatorio. Ho studiato prima a Fermo, dove prendevo lezioni due volte alla settimana con la professoressa Maria Paola Sabbatini. Poi sono passato sotto la guida del Maestro Franco Scala, a Pesaro. Allo stesso tempo frequentavo il Liceo Classico. Era una vita intensa: tra lezioni, Conservatorio e scuola, non avevo più tempo per altro. Ricordo i sacrifici della mia famiglia: nei primi anni di Conservatorio, mio padre mi aspettava col thermos pronto e si partiva appena uscito da scuola».

Quali sono i suoi sogni nel cassetto?
«Da piccolo volevo viaggiare in tutto il mondo, e infatti ho vissuto per molti anni all’estero: Francia, Grecia, Stati Uniti, Gabon, Cina, Egitto, India ed Etiopia, per fare alcuni esempi. Ma il sogno più grande, quello vero, che ho ancora oggi, è poter vivere serenamente e tranquillo, accanto alla mia famiglia e alla mia musica, in una Visso ricostruita. L’Italia è la mia casa e voglio restarci. Di sogni ci si nutre ogni giorno, si mettono appunto nel cassetto, al sicuro, ogni tanto li guardi e li curi, ma gli obiettivi nella vita cambiano e possono cambiare».

Quali sono le caratteristiche di un buon pianista?
«Il pianoforte è uno strumento faticoso, che impegna molto, quindi bisogna riuscire a coniugare il sacrificio al divertimento. Serve forza, non solo quella fisica per premere in maniera calibrata i tasti, ma soprattutto quella di non arrendersi dopo i fallimenti e gli ostacoli che inevitabilmente si possono incontrare. E bisogna avere tanta energia».
Cosa ha fatto all’estero?
«Ho fatto concerti, lavorato con compositori, e ho insegnato in scuole internazionali ed università di diversi paesi. Negli USA ho tenuto masterclass a New York, Chicago, New Jersey, in Russia, al Conservatorio Čajkovskij, collaborando con diversi compositori e musicisti. Quando insegnavo in Etiopia invece era molto diverso: i miei studenti non avevano penne né quaderni, così glieli portavo io. Questo mi ha fatto capire quanto siamo fortunati qui. È stata un’esperienza molto formativa».

Preferisce insegnare o fare il concertista?
«Due anni fa avrei detto concertista, ora invece preferisco insegnare. Ho iniziato ad apprezzare molto questo mestiere e la collaborazione con gli altri docenti. Vedere gli studenti migliorare è una grande soddisfazione. E poi, insegnare qualcosa che ami è un dono».

Cosa significa per lei suonare il pianoforte?
«Per me significa tutto. È un rapporto quasi fisiologico tra me e lo strumento. Quando non suono avverto che mi manca qualcosa di importante. Ormai, dopo più di quarant’anni di musica, devo dire che ne sono dipendente e non ne posso fare a meno. Nella musica c’è sempre un messaggio che il compositore trasmette a chi suona, e che l’interprete tenta a sua volta di trasmettere a chi ascolta. Nella Sae fino a poco fa non avevo spazio per uno strumento e questo è stato un grosso limite per me perché il pianoforte, a differenza di una tastiera elettrica, ha un respiro tutto suo».

Un grazie speciale a Giovanni Sorana per aver condiviso con noi la sua passione, i suoi ricordi e i suoi consigli. Abbiamo compreso che la musica, più che uno strumento, può essere una vera e propria compagna di vita.



