
di Carlo Torregrossa
«Frate la vita é una e fai quello che ti pare. non abbassare la testa e non farti cambiare dal sistema, sii te stesso ma in una versione migliore». Questa una delle tante lettere che venerdì scorso le studentesse e gli studenti delle classi quarta L e M, della sessione di scienze applicate del Liceo Scientifico Galileo Galilei di Macerata, hanno dedicato alle persone detenute nella Casa di reclusione di Fermo.
Un ponte tra dentro e fuori

Il laboratorio “Tra fuori e dentro, dialogo di (r)esistenza” si è svolto nell’ambito del Macerata Humanities Festival.
Le professoresse Paola Nicolini e Lina Caraceni, coadiuvate da Lorenzo Basso, Alessandro Maranesi, Veronica Guardabassi e Benedetta Smargiassi, hanno voluto creare un ponte tra dentro e fuori.
Gli alunni e le alunne del Liceo Scientifico “Galilei” di Macerata sono stati invitati a partecipare ad un laboratorio pratico, che ha visto anche la presenza di due persone detenute nella Casa di reclusione di Fermo, insieme alla direttrice Serena Stoico e il prefetto di Fermo Edoardo D’Alascio.
Jamal e Andy, questi i nomi dei due ragazzi reclusi, hanno raccontato la loro storia, le loro emozioni e i loro sogni, ad una platea di ragazze e ragazzi che poi hanno riportato i loro pensieri all’interno di una lettera, dedicata a loro e a tutte le persone detenute.
Detenuti, nascosti dietro uno stigma
«Il dialogo con le persone che vivono all’interno del carcere è un tema delicato, – afferma Lina Caraceni – Bisogna essere consapevoli del fatto che la realtà della detenzione fa parte della nostra vita e della nostra società. I soggetti detenuti, sono delle persone, che spesso vengono nascoste dietro uno stigma e dietro un pregiudizio».
Come si è svolto il laboratorio
Alle ragazze e ai ragazzi, all’inizio è stato chiesto di scrivere una lettera ad un detenuto immaginario. Ma è stata la seconda parte dell’attività che ha emozionato tutte e tutti, quando le due persone recluse all’interno della Casa di reclusione di Fermo, hanno preso la parola.
«Spero che la gente possa capire che noi siamo umani – afferma Jamal– La mia paura è di come mi guarderà la gente quando sarò fuori. Tutti possiamo cambiare e dobbiamo cambiare. Mi manca la quotidianità, anche di prendere un semplice caffè al bar».
«La mia paura é di fare altri sbagli, perché se ti trovi in certe condizioni può essere che commetti degli errori. Io però non voglio, queste sono sciocchezze che ti rovinano la vita» gli fa eco Andy.
La testimonianza di Jamal e Andy, come si vive in carcere
Jamal e Andy hanno raccontato anche com’è la vita in carcere, una testimonianza preziosa, a cui spesso chi è fuori da quelle celle non pensa.
«Noi siamo in quattro, all’interno di una delle celle più piccole del carcere. Ci sono dei letti a castello, il bagno e due tavolini, uno piccolo dove solitamente teniamo il fornelletto da campo, che usiamo per cucinare e, uno grande dove mangiamo. Grazie alla spesa che ci portano, una volta compilato il modulo settimanale».
«La vita dentro è difficile, abbiamo sbagliato e stiamo pagando i nostri errori – racconta Jamal – alla mattina ci alziamo, ce chi lavora, chi va in palestra chi frequenta i corsi, molto presenti nel carcere, grazie alla nostra direttrice. Io sento che ho imparato molte cose, che userò quando uscirò di qui».
L’arte di arrangiarsi
In carcere ci si adatta come si può «in cella abbiamo dei fornelli da campeggio, con i quali cuciniamo di tutto – racconta Jamal – all’interno è tutto improvvisato, non abbiamo elettrodomestici».
«A volte ti devi ingegnare, ad esempio per fare una torta, metti insieme tre quattro fornelletti da campeggio – rivela Andy – puoi anche fare una specie di forno mettendo una padella una sopra l’altra».
L’importanza dei sogni

Detenuti si, ma anche con dei sogni e delle aspirazioni «Il mio sogno è quello di fare il cuoco». dichiara Jamal. «Io sogno di tornare ad essere libero» afferma Andy.
«Ognuno di noi deve avere di fronte a sé un sogno, un obiettivo, un traguardo – sottolinea il prefetto di Fermo Edoardo D’Alascio – Dovete sognare, seguite i vostri sogni. Siete liberi di fare i calciatori, modelli, dirigenti di una pubblica amministrazione. Dovete essere liberi nelle vostre ambizioni, altrimenti non lo sarete mai».
«I ragazzi e le ragazze presenti hanno un privilegio, quello di avere la possibilità di ascoltare e confrontarsi con due persone detenute – afferma la direttrice della Casa di reclusione di Fermo Serena Stoico – Gli Istituti di pena sono una realtà veramente complessa, la strada la devi costruire giorno per giorno, affermando la nostra persona e contribuendo alla comunità. Facciamo camminare la Costituzione sulle nostre gambe e sulle gambe di tutti. Costituzione che parla di cittadinanza e di Diritti Umani che valgono per tutte e tutti». 
Alcune delle lettere scritte dalle studentesse dagli studenti e dai detenuti
La mattinata si è poi conclusa con la lettura anonima di alcune delle lettere che studentesse, studenti e detenuti hanno scritto.
«Cari detenuti sono contento di avervi conosciuto meglio. Ho capito che é una vita difficile e, per questo motivo eviterò di commettere gli stessi errori.
Sono contento di aver fatto la vostra conoscenza, spero stiate bene, buona fortuna».
«Cari studenti è stata una grande emozione raccontare la mia esperienza.
Mi sono sentito a mio agio oggi, uscire é stato molto bello anche perché consapevole di aver parlato a voi. Spero che vi sia arrivato qualcosa, mi auguro tutto il bene del mondo per voi dai spaccate».
«Caro amico, spero che queste parole riusciranno almeno per un po’ farti sentire meno solo. Sei ancora degno di rispetto, affetto e nuove possibilità. Ti auguro serenità e forza di crederci ancora».
Come nasce questo laboratorio
«Questo laboratorio nasce da un esperienza pregressa – afferma Paola Nicolini – Da qualche tempo abbiamo un’interazione con la Casa di reclusione di Fermo, questo anche grazie alla disponibilità della direttrice, la dottoressa Serena Stoico.
All’interno del carcere abbiamo avviato due progetti: uno di narrazione e l’altro basato sul gioco, creando momenti di benessere, all’interno di uno spazio di reclusione, che non permette grandi libertà per chi sta dentro.
Abbiamo voluto creare un ponte tra dentro e fuori, seguendo un paradigma, quello della giustizia riparativa».



