
di Carlo Torregrossa
Entrare in un ex manicomio abbandonato è un esperienza paurosa.
Accedere a quei luoghi che un tempo ospitavano internate e internati, i quali venivano spesso sottoposti a trattamenti al limite del disumano, è un tuffo in una storia, anzi nelle loro tante storie.
Uno spazio che racconta la paura, che raccoglie le grida, un luogo buio e tetro.
«Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare» afferma Romano Ruffini, ex infermiere (ora in pensione) che per sedici anni ha lavorato in quello che un tempo era il manicomio di Macerata.

Ruffini ha accompagnato visitatori e visitatrici in un viaggio, promosso dall’associazione McZee, all’interno della memoria di un luogo tetro e angusto come l’ospedale psichiatrico.
«Questo manicomio fu inaugurato nel 1871 e poteva ospitare circa 200 malati in un territorio di undici ettari» spiega Ruffini, che ha potuto essere testimone di alcuni dei trattamenti riservati agli ospiti dell’ospedale psichiatrico.
Cosa succedeva all’interno di quelle mura
«Nel reparto agitati, mi capitò di vedere un ragazzo di San Severino che, a un certo punto, si levò un occhio con un dito, senza sentire alcun dolore» racconta l’infermiere, ma questo è niente, perché se la vita all’interno di quelle mura non era semplice le terapie erano anche peggio.
Oltre le camicie di forza, alcuni dei malati venivano internati coattivamente per sempre, senza poter uscire da quell’edificio, ai più facinorosi venivano legati mani e polsi, altri dormivano su letti murati sul pavimento.
«Mi capitò di vedere un giovane che era legato al letto e durante una fase di agitazione – racconta Ruffini – si mise a saltare sul giaciglio, riuscendo a uscire dal camerone con tutta la struttura del letto. Questo il motivo per il quale all’interno del reparto agitati i letti erano fissati a terra».

Terapie e trattamenti terribili
Le terapie erano qualcosa di terribile: veniva utilizzato ad esempio il trattamento dello shock termico. Il soggetto veniva messo all’interno di una vasca con dell’acqua calda, poi successivamente trasferito all’interno della neviera, un luogo profondo 8 metri, dove si trovava la neve compressa con la paglia, solitamente utilizzata per mantenere i cibi, quando ancora non esisteva il frigorifero.
Questa procedura era ripetuta fino a quando il paziente non riusciva più quasi a respirare.
Un’altra pratica, era quella del riposo del cervello. Il paziente veniva fatto dormire per un mese intero. Oppure si creava uno shock attraverso i farmaci, fino ad arrivare al famoso elettroshock, che veniva praticato senza anestesia.
Altre pratiche consistevano nell’insulinoterapia, ovvero al soggetto veniva iniettata una dose di insulina progressiva, fino a farlo andare in coma per un ora. Dopo di che veniva fatto risvegliare, riequilibrando gli zuccheri.

Ad alcuni pazienti veniva praticata anche la lobotomia, ovvero si infilava un attrezzo all’interno dell’occhio dell’internato fino ad arrivare al centro del lobo frontale, qui venivano tagliate le fibre nervose che collegavano il lobo frontale. «Il risultato? – spiega Ruffini – il paziente diventava un vegetale».
L’umanità di alcuni infermieri all’interno di un luogo così macabro
Anche se all’interno di quelle stanze e quei corridoi, abitavano persone che soffrivano, gridavano e venivano sottoposte a brutali terapie, un gruppo di infermieri, tra cui anche Ruffini, cercava di rendere questa permanenza il meno angosciante possibile: «Portavamo fuori i malati con la macchina, li portavamo a fare delle gite, creammo una cooperativa gestita dal manicomio in cui i pazienti potessero lavorare e guadagnare qualcosa per comprarsi le sigarette o potersi bere un caffè – racconta Ruffini – permettemmo ai pazienti anche la possibilità di poter accedere al bar».
Un aneddoto divertente in una fabbrica di Cingoli
Tante le sofferenze che un infermiere come Ruffini ha dovuto vedere, ma altrettanti gli aneddoti che gli sono rimasti nel cuore. Come quella volta che durante una gita in una fabbrica di scarpe di Cingoli, gli infermieri che accompagnavano i malati vennero scambiati per i pazienti del manicomio, in quanto questi ultimi erano vestiti con colori sgargianti rispetto alle divise grigie degli operatori.
«Purtroppo esiste uno stigma per la malattia mentale – afferma Ruffini – mentre i pazienti malati andrebbero seguiti, quello che abbiamo voluto fare noi era un iniziativa dal basso che permettesse ai pazienti una condizione più umana.»

Terapia attraverso il lavoro
Oggi Romano Ruffini non ha perso il suo sorriso e non si stanca mai di raccontare quello che ha vissuto in sedici anni di lavoro con i malati di mente: «Mi stupisce sempre la curiosità nei confronti del manicomio» afferma Ruffini
Va anche ricordato che il manicomio di Macerata fece una cosa abbastanza rara per i tempi, ossia permise la terapia attraverso il lavoro, «un esperienza che fu oggetto di studio» spiega Michele Gentili, dell’Associazione McZee, che si è occupata di organizzare la visita all’ex manicomio di Macerata.


