
Venti lettere di un prigioniero inglese, custodite nell’ultimo cassetto di un comò, sono diventate un romanzo, grazie alla sensibilità della professoressa Federica Sargolini.
La docente di Storia e Filosofia del Liceo scientifico “G. Galilei” di Macerata ha presentato “Ma la memoria è dolce” (edito da Giaconi) nei giorni scorsi nell’accogliente sala della Biblioteca Statale di via Garibaldi.
Un romanzo tra storia e filosofia
A dialogare con l’autrice è stata Stefania Monteverde, professoressa e collega dell’autrice, la quale, nell’introdurre l’opera, ha messo in luce – per la natura del contenuto, per le qualità formali e per le modalità narrative – la compresenza di più generi letterari (nessuno dei quali, tuttavia, in grado di definirne la tipologia in maniera esaustiva), che attraversano questo lavoro: rigoroso sotto il profilo storico, interessante per le tematiche affrontate anche nelle implicazioni filosofico-esistenziali, avvincente nello stile, e, in ultima analisi, indubbiamente originale.
«Tutto ha avuto origine – spiega Monteverde – da un gruppo di lettere – una ventina circa – conservate da tempo immemorabile nell’ultimo cassetto di un comò della casa materna di Federica Sargolini e risalenti al tempo del secondo conflitto mondiale; a richiamarle alla memoria è stata la sensibilità dell’autrice, la quale, scrutando con attenzione le linee di quell’inchiostro verde ormai sbiadito, ha saputo ritrarre i volti, immaginare i gesti, indovinare i sentimenti e le intenzioni di chi le ha redatte.
Il libro è nato da questo viaggio a ritroso nel tempo, nella campagna marchigiana del settembre 1943, quando nel paese di Montepolino alcuni giovani prigionieri inglesi, fuggiti dal campo di concentramento di Servigliano, trovarono straordinaria ospitalità nella comunità del luogo, laboriosa e alacre, che, nel silenzio e nella compostezza di gesti antichi, fece una scelta, non certo priva di enormi rischi: accogliere lo “straniero”.
Sono proprio di Tomasso (nome italianizzato dell’inglese Thomas) molte lettere – spedite alla famiglia d’origine dell’autrice – dopo il ritorno in Inghilterra: sono colme di gratitudine per la comunità di Montepolino e rivelano il mondo scoperto dal prigioniero inglese in quella comunità rurale: un’antica sapienza fatta di gesti semplici e profondi, di allegria e di silenzio, di laboriosità e tenerezza».

Il potere consolatorio della scrittura
Non è questa l’unica storia che si consuma nelle pagine del romanzo.
«Nell’arcano gioco del destino – continua Monteverde- un filo si aggiunse, quello di Tomasso, e un altro si spezzò: quello del giovane Lorenzo, nonno dell’autrice, che, partito nel ‘40 per la guerra al fronte, poi, dopo l’8 settembre, nell’ora della scelta, diventò uno dei 700mila internati militari italiani e fu deportato in Germania.
Anche qui la scrittura viene avvertita dai suoi umili protagonisti come una necessità: ora esorcizzante e consolatoria, nelle lettere che la giovane sposa Nina, dopo una giornata di duro lavoro, scrive al suo amato Lorenzo, che vive giornate durissime in luoghi remoti; ora delicata e pudica, per non svelare l’angoscia delle ore di prigionia, nelle parole di Lorenzo.
Tutte queste lettere, pur nella varietà delle forme, furono un inno alla vita: un modo per resistere e rimanere fedeli a sé stessi».
Il valore dei ricordi
La professoressa Monteverde, nel dialogo con l’autrice, ha ripreso i fili più importanti del tessuto narrativo, approfondendo molti interessanti aspetti e affidando la lettura di alcuni passaggi dell’opera – profondamente toccanti – ad alcune ex studentesse del liceo scientifico “G. Galilei” di Macerata: Noemi Ercoli, Alice Medei, Giulia Pranzetti, Rebecca Senofieni. Le loro fresche e giovanili voci hanno saputo richiamare alla memoria quei ricordi che, come annota l’autrice in una delle pagine finali, «restano sempre ad aspettarti, pazienti, miti, finché non ti volterai indietro per capire che andare lontano implica sempre un punto fermo da cui allontanarsi».


