«Ansia a pallettoni e blindati in voi stessi, adolescenti non abbiate paura di sbagliare»

I consigli di Chiara Matè, psicologa e psicoterapeuta cognitiva comportamentale di Macerata

Chiara Matè - Psicologa Psicoterapeuta cognitiva comportamentale.
Chiara Matè – Psicologa Psicoterapeuta cognitiva comportamentale.

di Carlo Torregrossa

«Chi e l’adolescente del 2025? un ansioso cronico a tratti depresso». Così Chiara Matè, psicologa e psicoterapeuta cognitiva comportamentale di Macerata, descrive i ragazzi e le ragazze oggi.

«Quello che consiglio io a queste giovani e a questi giovani è parlare, non chiudersi in loro stessi è importante a mettersi in gioco, l’errore non è una disfatta, ma è umano e anche costruttivo.»

I dati parlano di adolescenti sempre più pessimisti sul futuro, più in vetrina e meno propensi al dialogo, soprattutto quando si parla di argomenti tabù come la sessualità.

Come mai questa deriva?
«I ragazzi e le ragazze di oggi hanno bisogno di alcune certezze che sperano di trovare all’interno dei social, che però non danno loro queste verità.

Io sposo molto l’idea di iniziare ad insegnare educazione sessuale all’interno delle scuole, comincerei a parlarne, anzitutto per non farla vivere come un tabù, perché viene vissuta molto così, si prova molta vergogna, me ne rendo anche conto, quando lavoro con i ragazzi e parlo con loro».

La vergogna nel trattare certi temi

«Molti ragazzi e molte ragazze – evidenzia la psicoterapeuta – cercano informazioni sui social pur di non esporsi direttamente, perché provano ancora vergogna. Invece serve far vivere alle giovani e ai giovani la sessualità senza che sia un tabù».

La mamma è sempre la mamma

«Di solito si parla più con la mamma che con il papà, ma in famiglia c’è vergogna.
Spesso le ragazze e i ragazzi non sanno come esternalizzare le proprie emozioni, vorrebbero magari porti delle domande che però hanno paura a formulare, forse perché non hanno gli strumenti adatti? Non sanno come chiedertelo.

Dati relativi a con chi parlano gli adolescenti di sessualità
A me piacerebbe l’idea di introdurre l’educazione sessuale nelle scuole per farli sentire più accolti, più sicuri, avere uno specialista che insegni questo, mostrando anche che sia una materia come tante altre.

Un conto è parlare con un adulto, un conto e chiederlo ad una pagina social, ma così si perde anche il contatto con la realtà e non è detto che poi le risposte che trovo siano le stesse che io cerco. Questo ha portato la società a chiudersi molto in se stessa».

Perché si parla più con la mamma che con il papà, specialmente di certi argomenti come quelli riguardanti la sfera sessuale?
«Per natura la mamma è la figura che accoglie di più, più disposta al dialogo e all’ascolto forse perché si ha un legame viscerale.

Non voglio generalizzare, qualcuno sicuramente ha un rapporto più stretto con il papà, ma di norma la figura più accogliente è la mamma, quindi, di conseguenza i ragazzi e le ragazze si sentono meno giudicati.

Con il papà io temo anche il confronto, potrei avere un’ansia da prestazione. In generale è come se la mamma naturalizzi un po’ di più la cosa».

Ma secondo lei, spesso ci si affida ai social perché si parla con il gruppo dei pari?
«Prima di tutto, io posso farti credere che davanti ad uno schermo ci sia un gruppo di miei pari, ma poi è realmente così?

Ragazze e ragazzi, all'uscita da scuola, che parlano fra di loro
Quando incontro realmente un gruppo dei coetanei riesco a porre le stesse domande?
La mia risposta è ni. Questo perché lo schermo è il filtro della mia vergogna, quindi attraverso lo schermo mi sento più libero, ma se la stessa domanda io la devo porre all’interno di un contesto dove c’è un gruppo di auto aiuto di determinati ragazzi e ragazze messi insieme, non tutti riescono ad aprirsi. Il social da una parte ti può aiutare, dall’altra ti fa chiudere di più.

Con questo, io non boicotto i social, hanno fatto anche del bene, ma dall’altra parte da un punto di vista umano e emotivo, per quello che poi io vedo nel riscontro lavorando in terapia con le ragazze e i ragazzi, hanno tolto anche molto.»

Ansia sociale

Perché si evita di fare domande ai genitori o ai propri coetanei? Si teme forse lo stigma sociale?
«Si, anche perché gli adolescenti rispetto a prima sono meno affiatati, piuttosto di chiedere qualcosa all’amico prima cercano sui social la risposta, dopo di che mi rapporto con l’amico.

Questo perché attraverso i social trovo le risposte che voglio, poi di fronte al mio amico sono più preparato, faccio meno brutta figura, posso provare meno vergogna perché mi sento più sicuro, ma poi non so quanto sia veramente così»

Adolescenti in vetrina, attenzione all’aspetto fisico

Adolescenti in vetrina - Immagine generata con AI
Adolescenti in vetrina – Immagine generata con AI

I dati ci mostrano che gli adolescenti oggi sono sempre più in vetrina, c’è molta più attenzione all’aspetto fisico.

«Questo è quello che la società di oggi ci richiede. I ragazzi e le ragazze di oggi sono sempre molto stimolati e ci mostrano una realtà che in verità non è così.
Noi vediamo sempre il bello delle cose ed è normale che le giovani e i giovani si fanno un’immagine di loro stessi come il più bello, il più forte, il più intelligente.

Quindi se ottengo più follower vuol dire che sono un fico, se ottengo più like vuol dire che allora piaccio. Secondo me il comportamento dell’adolescente va di pari passo con la cultura e la società che stiamo vivendo.

È tutto molto estetico e apparente, però se inizio a scavare e parlare seriamente con un ragazzo o una ragazza, mi accorgo che magari dentro al bello si può nascondere anche altro, come un’insicurezza dove temo di non essere all’altezza, temo molto il giudizio dell’alto, quindi io mi demotivo, perdo di autostima. Per questo motivo gli adolescenti cominciano a soffrire di ansia, dire che non ce la faranno, non valgo niente poi può partire anche una macchina molto più difficile da gestire»

Adolescenti impauriti per il futuro
Adolescenti preoccupati per il futuro – immagine generata con AI

Le incertezze che fanno dubitare del futuro

Secondo lei, questo periodo di constanti incertezze relative all’attualità (come guerre, problemi climatici) tocca gli adolescenti e le adolescenti? Questo contribuisce a renderli negativi rispetto al futuro?

«Secondo me si, io li vedo sempre molto spaesati quando li incontro in studio.
Ti faccio un esempio, magari alla domanda, «che cosa ti piacerebbe fare da grande, come ti vedi?» Ti rispondono che non lo sanno. Incalzandoli la risposta è sempre un pensiero molto disfattista nei confronti di loro stessi.

Non vedono e non si riescono a proiettare verso il futuro. Non hanno un minimo pensiero di come si vedono.
Invece spesso li vedi disfattisti, vivono molto la giornata, lasciandosi attraversare dai pensieri dalle emozioni che vivono quotidianamente, poi però non li approfondiscono, non vanno al sodo. Quindi li vedi eterni insicuri, eterni immaturi. Una risposta è spesso «con tutto quello che sta succedendo nel mondo, io che ne so se ci starò» Mi dispiace, perché si percepisce il loro malessere e il loro vuoto interiore.

Loro sono molto insicuri già perché vivono l’adolescenza, non avere certezze nel futuro, non avere certezze nella quotidianità, non sentirsi capiti, sicuramente influisce sul loro pensiero del futuro.»

Diminuire le distanze tra adulti e adolescenti

Come potrebbe un adulto, essere più vicino alle adolescenti e agli adolescenti?

«Farli sentire più amati, ascoltarli di più e farli parlare.
Il post pandemia ha lasciato tracce indelebili nei ragazzi e nelle ragazze, in più i social fanno sì che gli adolescenti siano chiusi in se stessi a volte a doppia mandata e blindati. Bisogna parlargli, farli sentire capiti e ascoltarli.

In più è importante anche tutto il contorno, quindi dalla scuola dalle famiglie dagli specialisti e delle specialiste. Ma è molto importante far partire questo lavoro dalle scuole.

I ragazzi e le ragazze si devono sentire sicuri e sicure, non devono avere timore nel parlare. Tante volte li vedi che parlano solo tramite whatsapp e poi quando si parla di persona, il rapporto si fa fatica a reggerlo.

Io investirei nel motivare i giovani, fargli comprendere che sono in grado di fare, anche perché il futuro spetta a loro, quindi se noi non diamo a loro le giuste strategie per farli sentire in grado e che c’è la possono fare, a cosa andiamo incontro?«

Come si potrebbe descrivere l’adolescente nel 2025?

«Anche adesso è un’esplosione di ansia, tristezza e depressione. Come si potrebbe descrivere l’adolescente del 2025? Risposta: un ansioso cronico/depresso. Ansia a pallettoni, umore triste. Le frasi che sento più spesso sono, «oddio non so cosa fare». Un umore che porta a non volersi svegliare la mattina, passare l’intera giornata a letto, non volere uscire perché tanto non si viene considerati o ascoltati. Questo non vuol dire che l’adolescente è un depresso cronico, ma sicuramente soffre di ansia, che va a braccetto con la depressione e lo rende privo di voglia di fare. Quell’umore depressivo ricorrente.»

Cosa consiglierebbe a tutte le ragazze e ai ragazzi che ci leggono?

«Il messaggio che mi piacerebbe lasciare è non aver paura di essere sbagliato, sbagliare è umano e costruttivo. L’errore non è una cosa disfattista, provateci mettetevi in gioco, non abbiate paura di sentirvi sbagliati.

È l’errore che ci a darci lo stimolo giusto per cambiare e andare avanti, ma se non ci mettiamo in gioco, rimaniamo immobili e anzi giudichiamo allora lì facciamo fatica.
Non abbiate paura a sbagliare, provate e soprattutto non vergognatevi.

Quando ci sentiamo bene con noi stessi e siamo sicuri che quello che è fatto è fatto bene, allora io lì non temo nemmeno la vergogna. Perché io so che quello che è fatto è fatto bene, poi se è sbagliato non c’è problema, mi rimetto in gioco, però ci ho messo la faccia e ci ho provato».

Provare e mettersi in gioco

«Mettersi in gioco e parlare, non chiudersi. Parlare con un professore, con un compagno o una compagna, non avere paura di chiedere aiuto se ti senti in difficoltà. Per carità non ti dico di essere un impulsivo, ma fai un pensiero funzionale, pensi sia la cosa giusta? Fallo, ma se tu pensi che ad un comportamento A ce una conseguenza B fallo, poi se sbagli non importa, tu intanto ci hai provato.»

Chi è Chiara Matè?

Chiara Matè è una psicologa psicoterapeuta comportamentale, è anche un insegnante di sostegno alla scuola primaria. Ha scelto di lavorare con la disabilità per rimanere legata alla sua libera professione di terapista.

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