Violenza e adolescenti, lavoriamo perché imparino a gestire i conflitti

L'analisi di Filippo Sani, sociologo, pedagogista e counselor relazionale dopo l'accoltellamento a scuola di Youssef Abanoub, morto a soli 18 anni

Youssef Abanoub
Youssef Abanoub

Ti avrà di certo molto colpito, se ne hai sentito parlare, il caso di Youssef Abanoub, un ragazzo di appena diciott’anni ucciso a scuola a La Spezia.

Un episodio che fa molto riflettere e che ha molto colpito la comunità tanto che  questo pomeriggio in migliaia hanno partecipato al suo funerale. Per comprendere il significato profondo di quello che è accaduto, è bene affidarsi a persone esperte e con competenze specifiche.

Per questo ti consigliamo di leggere, magari in  compagnia di un adulto o di un’adulta questo intervento di Filippo Sani, sociologo e pedagogista che ha approfondito il tema.

Filippo Sani
Filippo Sani

di Filippo Sani*

Siamo ancora tutti sconvolti dell’uccisione di Youssef Abanoub, il ragazzo che in una scuola della Spezia è stato accoltellato mortalmente da un compagno di classe. A scatenare il gesto omicida dello studente sembra essere stata una delusione sentimentale per una ragazza, contesa con la vittima.

Se un tempo, i ragazzi che litigavano per una ragazza potevano tutt’al più fare a botte, negli ultimi anni il risentimento e la logica vendicativa hanno preso il sopravvento. La deriva violenta di oggi tra adolescenti non si era mai vista prima ad ora.

Nella violenza l’incapacità di comunicare

Il grave problema sociale e culturale della diffusione della violenza giovanile in Italia è noto da tempo. Molti sociologi, pedagogisti, psicologi hanno prodotto numerosi studi, ricerche e riflessioni sul tema.

Nelle pagine di “Orizzonte Scuola” del 2024 si sosteneva che «in Italia, si sta assistendo ad un’escalation di violenza tra i giovani, che trova il suo simbolo più inquietante di diffusione nel coltello: un’arma sempre più presente tra adolescenti e sempre più spesso utilizzata per risolvere diverbi e conflitti».

Registriamo ripetuti atteggiamenti che spingono alla violenza per l’incapacità del soggetto di so-stare nella comunicazione (soprattutto quando contiene elementi di perturbazione), non riuscendo a sostenere l’urto emotivo generato dal contrasto e dalla diversità che porta inevitabilmente l’altro.

Questi atteggiamenti portano immancabilmente ad identificare il problema con la persona, spingendo verso una paranoica suggestione di poter eliminare la persona per eliminare il problema. In realtà, questa constatazione non vale solo per gli adolescenti, come purtroppo e troppo frequentemente i fatti di cronaca denunciano (basti citare la piaga del femminicidio in Italia).

Il cervello degli adolescenti

Del resto, oggi viviamo in un tempo nel quale si è ridotta la capacità di tolleranza alla frustrazione. La rabbia non viene simbolizzata, ma agita nell’immediato. Non è una novità, almeno tra chi si occupa di educazione e di problematiche legate alla psicologia dell’età evolutiva, constatare come il cervello degli adolescenti, continuamente bombardato da impulsi digitali (video su YouTube, canali di comunicazione social di ogni tipo, videogiochi, ecc..) tende sempre più ad essere incapace di adattarsi ad affrontare qualsiasi tipo di delusione e insoddisfazione.

Se da un lato, la capacità di tollerare il dolore si abbassa, dall’altro la soglia del piacere si innalza. Ed è per questo che le più grandi piattaforme social puntano sui preadolescenti e adolescenti, individui nei quali il rilascio di dopamina nel cervello è enormemente più alto che in un cervello adulto.

Il grande cambiamento del sistema sociale e del nostro modo di vedere la realtà in base a modelli interpretativi in linea con la suggestione della soddisfazione immediata di ogni desiderio, ha fatto sì che nella rappresentazione di sé dell’adolescente sia avvenuta una trasformazione nel corso degli ultimi anni, che ha prodotto un individuo poco abituato a vivere la colpa e la paura come sentimenti necessari per intercettare limiti ed errori. Le nuove generazioni, ormai da alcuni decenni, crescono in famiglie nella quali le relazioni sono vissute all’insegna di un’adorazione narcisistica dei genitori nei confronti dei figli, che puntano esclusivamente al loro benessere psicologico ed emotivo, eliminando possibilmente ogni sorta di delusione e frustrazione.

Gestione dei conflitti come forma di prevenzione

Del resto, anche l’assunzione del rischio non è più vista come passaggio, messa alla prova per acquisire nuove competenze simboliche e cognitive, ma solo come rischio fine a sé stesso, come prove per la propria esistenza (tutte le azioni rischiose che commettono gli adolescenti sono per lo più congegnate per avere una propria visibilità e una propria “idoneità” all’essere accettato/a dal gruppo).

Alla luce di queste riflessioni, nonostante i tentativi di repressione e gli intenti legislativi emergenziali messi in atto per arginare il fenomeno con deterrenze punitive (penali), è improcrastinabile una riflessione sui basilari educativi da socializzare con i più piccoli perché si consideri centrale la funzione educativa della frustrazione evolutiva, del contenimento del naturale egocentrismo infantile. Prioritario, inoltre, è un lavoro educativo preventivo sui giovani, perché attivino competenze nella gestione dei conflitti più raffinate per affrontare il disagio, l’imprevisto e la delusione come eventi di crescita, come opportunità per conoscere meglio se stessi.

Ritrovare il senso del limite

L’adulto competente e le agenzie educative principali si devono attrezzare perché gli adolescenti possano essere addestrarli al senso del limite, affinché possano autorappresentarsi in una dimensione riflessiva e consapevole, rispetto all’agghiacciante principio per il quale non c’è più alcuna barriera tra la pulsione e l’azione.

Da questa prospettiva, come indica efficacemente il pedagogista Daniele Novara, la scuola ha un ruolo strategico e centrale nel tentare di ripristinare il vuoto etico e valoriale nel quale sono immersi gli adolescenti.

La scuola deve poter tornare a valorizzare il confronto e la discussione tra ragazzi, ponendo come obiettivo pedagogico ineliminabile, non tanto il nozionismo, ma quello di facilitare nei ragazzi ad apprendere a stare nella contrarietà relazionale.

Il cervello si modifica e trasforma in risposta all’ambiente. Quello dei preadolescenti e degli adolescenti, in particolare, è in uno stato di grazia in quanto ad apprendimento (plasticità neuronale), ma presenta anche un’estrema vulnerabilità rispetto al controllo delle emozioni, della pianificazione delle azioni e dell’inibizione. L’adulto, quindi, deve presidiare questa età, svolgendo funzioni di supplenza a supporto della fragilità neurocerebrale, finché il cervello dei ragazzi non sia completamente connesso, collegato e pronto a funzionare per conto suo.

Verso un processo di alfabetizzazione delle emozioni

L’intervento educativo è possibile anche in ambienti apparentemente destrutturati sotto l’aspetto della convivenza civile, offrendo un’opportunità ai giovanissimi che commettono reati e/o che rischiano di essere irretiti dalla violenza, di reintegrarsi attraverso appositi percorsi di condivisione rituale, in uno spazio-tempo strutturato e presidiato da figure educative che facilitino un processo di alfabetizzazione alle emozioni, perché ci si possa auto-rappresentare non più esclusivamente come individuo aggressivo e vendicativo, ma come soggetto che riesce ad esprimere le proprie tensioni interiori senza proiettarle sull’altro.

L’uso del coltello, come di qualsiasi altra arma, rappresenta metaforicamente e simbolicamente l’avvenuta sostituzione di presidi di autorevolezza genitoriale e adulta in generale, con un oggetto che sembra difendere dalla paura e dall’angoscia dello stare al mondo.

*Filippo Sani. Sociologo, pedagogista, Counselor relazionale e di orientamento
È nello staff del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza (www.metododanielenovara.it)

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