di Carlo Torregrossa
Chi ha detto che giocare è una cosa da bambini e bambine? Anche gli adulti possono immergersi in quest’attività e scoprire preziose opportunità relazionali.
Sai che ci sono anche dei genitori che sono in carcere e anche per loro è stato pensato un percorso di gioco: può servire per la rieducazione, ma anche come incontro con sé stessi.
«Il gioco è una forma di relazione con gli altri e con la realtà. Consente di uscire dal proprio isolamento permettendo un rapporto ludico con il mondo» affermano i docenti dell’Università di Macerata: Lina Caraceni, Paola Nicolini e Stefano Polenta, referenti del progetto: Gioco in carcere, che ha voluto sperimentato il valore sociale del gioco all’interno della casa di reclusione di Fermo.
Il gioco, un’opportunità professionale e di rieducazione
In cosa consiste il progetto?
«Il progetto punta a creare momenti utili a sperimentare il benessere che incide sulla qualità della vita quotidiana in carcere.
L’ambizione è quella di sviluppare un gioco costruito ad hoc sulla condizione penitenziaria, dove le persone detenute possano apprendere delle competenze sociali e relazionali come ad esempio il modo di relazionarsi con i propri figli, migliorare l’empatia, o l’accettazione dell’altro».
Qual è l’obiettivo?
«L’obiettivo del progetto è quello di fornire ai genitori detenuti degli strumenti per interagire con i propri figli e figlie. Infatti, può essere imbarazzante per la persona che si trova all’interno di un carcere, passare del tempo con il proprio figlio in quell’ambiente. Ricordiamo inoltre che spesso il bambino o la bambina è all’oscuro delle ragioni per cui il genitore si trova in quel posto.
Il gioco diventa così un modo di relazionarsi, mediato, ma certamente efficace, permettendo di passare del tempo insieme divertendosi e, allo stesso tempo conoscendosi.
Quest’attività ha anche lo scopo di attrare le persone detenute che siano interessate a diventare animatori ludici, offrendo loro una competenza e, perché no, anche una professione.
Ma non solo, attraverso quest’esperienza è possibile anche migliorare le proprie capacità di problem solving, per le interazioni sociali e anche nelle competenze linguistiche dell’italiano, visto che spesso le persone ristrette sono di diverse nazionalità e parlano tutte lingue differenti».
Che tipo di giochi si fanno?
«L’attività in corso è rivolta a uomini detenuti della casa di Reclusione di Fermo, si svolge nello spazio dedicato alle visite, dove è stato allestito un piccolo angolo corredato da giochi selezionati per poter essere utilizzati con i propri bambini e bambine, per favorire l’interazione tra padri e figli, soprattutto nella fascia di età che va dai sei mesi ai tredici anni.
Durante i pomeriggi dedicati a queste attività insieme, è possibile mostrare come il formato del gioco, si riveli una strategia positiva anche per condividere racconti, avviare conversazioni, che spesso non hanno nulla a che fare con l’attività ludica, ma col semplice piacere di stare insieme».

Che valore ha per la persona detenuta il gioco?
«Il gioco rappresenta una forma di relazione con gli altri e con la realtà. Consente di uscire dal proprio isolamento permettendo un rapporto ludico con il mondo, sperimentando una realtà intermedia fra la vita schiacciante del carcere e la fuga verso la fantasia o verso la solitudine.
Il gioco è apertura, divertimento, dimenticarsi di sé, ma al contempo esserci con la totalità di sé stessi, il gioco è gratificante.
All’interno del gioco si possono inoltre scoprire le proprie abilità strategiche e comunicative».
Come è stato accolto questo progetto?
«Queste sono alcune delle parole raccolte alla fine di una delle sessioni di gioco, che rendono l’idea del valore che il giocare può avere in una situazione molto particolare come quella della detenzione carceraria: molto divertito, bellissimo, spensieratezza, passatempo, svago, staccato dai pensieri, coinvolgente, sorrisi, sorpresa, reciprocità, impegno e divertimento».
Chi partecipa a queste attività?
«A queste attività partecipa la popolazione carceraria, accompagnate dal personale educativo interno, un team di esperti dell’Università di Macerata che ha anche contributo a progettare questo percorso, insieme all’azienda Clementoni, che è anche partner dell’iniziativa».
Il valore del gioco per gli adulti
Ma anche gli adulti quindi possono giocare?
«Gli adulti possono e dovrebbero sempre poter giocare. Di fatto i giochi di carte, delle bocce, il biliardino, il ping-pong o la tombola, sono attività ludiche molto presenti, spesso relegate a particolari momenti dell’anno. Estenderle sarebbe utile per favorire distensione, benessere psicologico e allenamento mentale».
Che valore ha il gioco?
«Per secoli il gioco è stato visto come un’attività poco stimata, confinata alla sfera del tempo libero. Spesso ha assunto la funzione di premio e ricompensa. Negli ultimi anni se ne è riscoperto il valore fondamentale per l’apprendimento.
Attualmente si rilevano sempre più benefici dell’attività ludica in diverse età».
Durante il gioco, c’è una connessione con il nostro lato bambino?
«Il gioco interpella il nostro “bambino eterno”, la nostra creatività primaria, l’espressione autentica di sé. Il gioco non scompare mai veramente, l’adulto appassionato al proprio lavoro o alle proprie attività, in fondo, sta continuando a giocare in un’altra forma».
Perché parlare di carcere
Ma se è importante parlare di giochi, lo è anche parlare di carceri?
«Parlare del carcere è essenziale, soprattutto nei periodi di maggiore criticità come quello attuale, in cui le condizioni di vita all’interno degli istituti penali sono ai limiti della sopravvivenza. I detenuti vivono condizioni in cui la dignità umana è calpestata, tradendo anche il valore costituzionale della pena che deve puntare alla rieducazione e al reinserimento sociale del condannato.
Il carcere è una parte importante della comunità anzi, è lo specchio della società, su cui si misura il suo grado di civiltà. Non ci potrà mai essere sicurezza sociale, legalità e giustizia se disumanizziamo le persone ristrette».
In carcere non ci sono mostri
Come è possibile parlare di carcere ai più piccoli?
«Le bambine e i bambini hanno bisogno di sapere e va detto loro tutto, ovviamente nella giusta maniera. Loro capiscono quando gli adulti gli stanno nascondendo qualcosa.
Non è tanto importante dare loro una spiegazione razionalmente plausibile, ma fargli capire, con parole semplici e immediate, che è possibile parlare di tutto senza segreti.
Il carcere rappresenta l’emblema della fragilità umana, degli errori che si commettono e delle loro conseguenze, ma allo stesso tempo è anche possibilità di riscatto e di cambiamento. Questo può e deve essere spiegato anche ai più piccoli, non solo a parole ma anche facendo esperienze. In Italia esistono molti progetti di educazione civile che portano le ragazze e i ragazzi in carcere per mostrare che nei penitenziari non ci sono i mostri, ma persone che hanno commesso degli errori e ne stanno pagando le conseguenze, che si stanno impegnando per essere integrate all’interno della comunità».


