
di Carlo Torregrossa
Chi non ha mai sentito parlare almeno una volta di K-pop, soprattutto in questi giorni in cui spopola ovunque il film Demon Hunters.
La Wave tutta Coreana ha conquistato non solo il paese del calmo mattino ma tutto il mondo. «Se il fenomeno è esploso anche in Italia devi ringraziarmi» così Cesare Mario Viacava, ceo di KpopItalia commenta questo fenomeno sempre più crescente.
Tra K-pop ed idol
Cesare, può spiegarci che cos’è la K-pop?
«La K-pop non è un genere musicale, ha influenze da tutto, dalla dance dal rap dalla trap dal soul persino dal reggaeton. Non è un genere perché non è un ritmo di musica, un sintetizzatore che viene ripreso, non ci sono strumenti è un mix di musica fatto alla maniera Coreana, che hanno preso diverse influenze musicali, guardando gruppi, boy band, come ad esempio i BackStreet Boys, e hanno detto ok, lo facciamo meglio.
La prima differenza tra le band K-pop e altri settori è che all’interno di questa corrente sono i grandi produttori che scelgono l’artista in base alle sue attitudini al ballo e al canto.
Di solito nella musica accade il contrario, è l’artista che si presenta alle grandi compagnie.
Dopo aver individuato gli artisti ci si crea intorno lo storytelling, che è quello che crea l’immaginario che si ricrea acquistando gli album e i gadget.
Questo perché questi immaginari sono fatti di foto, scenografie, sceneggiature, oggetti. Molti artisti K-pop hanno anche le loro bibite personalizzate, ad esempio un idol che è particolarmente fissato con l’aranciata, ha la sua aranciata personalizzata.
Le grandi compagnie sullo storytelling giocano molto, possono essere: le cinque ragazze che vengono dall’arcobaleno, o i sette ragazzi che nascono dalle nuvole, per fare degli esempi».
Perché si chiamano idol?
«Si chiamano idol perché sono intoccabili, sono famosi come lo erano i Beatles di tanti anni fa o Michael Jackson. Questo alla gente piace perché sono quasi ibridi anonimi. Anche se sono bellissimi, curatissimi e super alla moda.
Tutti hanno caratteristiche differenti nelle boyband ma anche i solisti, tutti hanno una personalità molto importante. Non si può parlare di genere musicale ma di Hallyu, conosciuta anche come onda coreana, ossia la diffusione globale della cultura di massa Sud-Coreana.
La K-pop non ha fatto altro che estremizzare tutte le boy band europee, ad esempio ha estremizzato quello che erano i Backstreet boys, che però alla fine si sono sciolti, perciò in Corea si sono detti che gli Europei non hanno fatto bene contrattualmente.
Ecco perché i manager sono più importanti degli artisti in queste boyband e questi artisti coreani e queste artiste coreane a seconda delle loro attitudini e qualità vengono inserite in uno storytelling per vendere album e altro. Esistono accademie grandissime, sono delle strutture enormi che lavorano proprio su questo».
Canzoni e balli per diffondere la cultura coreana
Ma quando e come nasce la K-pop?
«Chi ha creduto molto in questo progetto è stato in primis il governo coreano, che ha fornito molti finanziamenti statali alla K-pop.
Il governo ha capito che la Corea, insieme alla lingua, avrebbero conquistato il mondo se avessero portato allegria, gioia e ballo.
Infatti nel frattempo sono nate anche moltissime scuole di ballo coreane che hanno portato il canto e il ballo in giro per il mondo. Lo Stato ha finanziato miliardi di Won, la valuta coreana, proprio per fare in modo che queste Agenzie toccassero tutto il mondo, a partire dell’Nord America».
Quindi all’interno della K-pop c’è anche propaganda Sud Coreana?
«Si, ma non è né politica e nemmeno sociale, ma solo di intrattenimento.
Pensiamo a questo, sette o otto anni fa in televisione c’era Randy Jackson con il suo American’s best dance Crew, un programma americano dove dei ballerini si sfidavano in battaglie di ballo, questi artisti erano bravissimi e provenivano da tutto il mondo, ma tra i più bravi anche all’ora erano sempre i coreani.
Mi sono appassionato alla K-pop perché era come vedere le Spice girl ma con un livello di ballo e di canto altissimo.
Se tu senti gli artisti K-pop cantare e li vedi ballare percepisci proprio che è gente che ha lavorato, sudato per anni. Non è che arriva il primo che capita, con un bel testo fanno l’exploit di turno, ma poi durano magari solo un estate è un fenomeno che dura nel tempo.
Ecco perché le band coreane sono dei brand, le Agenzie lavorano su tutti gli aspetti che riguardano la discografia e la musicografia, ed è per questo che continuano a vincere premi, addirittura su Netflix è uscita la serie sulla K-pop Demon Hunters che sta conquistando tantissimi e tantissime giovani.
Un altro motivo per cui la K-pop piace molto è che i temi trattati, sono temi non conflittuali, ma molto emotivi, empatici. Non sentirai mai parolacce, bestemmie, insulto diretto, perché hanno un limite culturale di rispetto per cui la musica non ha temi pesanti, non ha dissing brutti. Noi siamo abituati molto all’estremo.
Per questo motivo la K-pop piace molto anche ai giovani, alle giovani e alle loro famiglie.
Questo genere ha anche contribuito a far conoscere la Corea in giro per il mondo?
«Si certo, è come se la Corea avesse detto mostriamo al mondo come si canta e si balla bene. Le scuole di ballo di Seoul recentemente sono le più importanti di quelle mondiali.
Ce chi si approccia alla K-pop e abbraccia la cultura coreana, come chi abbraccia il cinema coreano, ad esempio Parasite il film di Bong Joon-ho ha vinto molti premi.
La Corea è una nazione nuova, fresca di pochi anni ed è ancora in fase di crescita tutto ciò che succede in Corea è portato sul palmo di una mano ed estremizzato come se fosse una nuova U.S.A.
Adesso il K-pop viene anche preso come ispirazione, prima era esattamente il contrario. Era il K-pop che guardava gli altri, per capire come fare meglio».
La K-pop e l’ispirazione americana
Il K-pop ha avuto influenze dalla musica americana?
«Possiamo dire che hanno preso il meglio e l’hanno reso superlativo. Hanno lavorato come TikTok. Cosa ha fatto? TikTok ha visto Meta, ha capito come funzionava e ha detto, ok lo facciamo meglio.
La K-pop ha fatto la stessa identica cosa, ha osservato come funzionava il mondo pop internazionale ha imparato dagli errori che sono stati fatti e ha fatto meglio. Esempio, prendiamo sempre i Backstreet boys, loro si sono sciolti, allora i Coreani si sono chiesti come fare a non far sciogliere le proprie band, la soluzione?
Contratti più serrati e potere non ai singoli ma al manager. Poi questi artisti vengono formati dal punto di vista finanziario, economico e di team in modo che non se ne vadano. E se comunque decidono di andare via? Si viene rimpiazzati. quindi la band è un brand.
Viene sostituito quindi magari viene un altro dal basso, più bravo. E come se una scuderia di formula uno, come ad esempio la Ferrari cambiasse pilota, la Ferrari non finisce, il marchio rimane».
Chi è il precursore del genere?
«Ce ne sono tanti che si arrogano il diritto di aver lanciato il K-pop. Ci sono molte storie come il proprietario della Hibe, che è sicuramente uno che ha fatto del K-pop il meglio.
Ma anche BigHit, con la quale ho ho avuto a che fare tanti anni fa. Loro erano molto piccoli, ma in pochi anni sono passati da un piccolo ufficetto a Seoul, ad avere un vero proprio palazzo.
Oggi è l’Agenzia che produce musica K-pop più forte del mondo. Il grande successo di queste Agenzie è anche grazie al grande volume che fa la K-pop, parliamo di volumi anche fisici, il K-pop è nato affinché qualsiasi fan debba avere il pezzo fisico del proprio idol. Quindi il disco fisico, il vinile, il gadget e tanto altro.
Ma come hanno fatto? Inserendo nei cd o nei vinili pezzi unici dell’artista. Ad esempio, c’è questa singola foto nel cd ma non ti dico in quale cd, quindi tu compri 10 cd per riuscire ad avere quell’immagine. Oppure stampo cento vinili solamente in uno di questi ce un pass per entrare gratis al concerto.
Il tutto in una maniera in cui il fan diventa super fan. Questo è uno degli elementi di traino che qualsiasi artista deve fare, questo significa entrare nel fandom. Quindi queste piccole Agenzie, guadagnando tanti soldi sono diventate Big assoluti. La Hibe è nata come azienda discografica diventa azienda di intrattenimento che si crea i propri artisti».
Cosa ascoltare
Tre gruppi che dovrei ascoltare per approcciarmi al genere?
«Se sei neofita sicuramente ti consiglio i BTS, sono i più famosi e hanno fatto hit e featuring internazionali.
Un’altra band che ti consiglio sono Gli Stray Kids, loro hanno fatto sold out in tutto il mondo e sono ancora in giro con il loro tour, purtroppo Si fermeranno per fare due anni di leva, che in Corea del Sud è obbligatoria.
E poi ti consiglio le BlackPink.

La K-pop esiste solo in Corea?
«No, come dicevo prima è un fenomeno mondiale. Esiste ad esempio questa band che si chiama Katseye prodotta dalla Hibe, che non è coreana ma europea, anche se sono sempre coordinati da Seoul».

Perché questo genere in Italia ha spopolato così tanto?
«Sicuramente devi ringraziarmi. Negli anni ho investito tanto di tasca mia. Mi occupavo di far conoscere e portare in giro per l’Italia le band, gli idol. Un lavoro sfiancante che però ha dato anche i suoi risultati.
Ho investito molto in questo, mi ricordo che lavoravo in radio mi sono licenziato per inseguire questo sogno, e dopo tanti anni posso dire di essere contento perché questo adesso è il mio settore. Io e la mia Agenzia siamo i più importanti per parlare di K-pop in Italia».
Secondo lei, questo genere ha contribuito a sdoganare anche alcuni comportamenti? Anche i maschi possono truccarsi o essere appassionati di skin care, ad esempio
«Certamente sì, anche se il mito dell’uomo androgeno c’è sempre stato fin dall’antica Roma.
Già David Bowie era famoso per il suo essere sopra le righe. Moltissime persone oggi si curano, ormai l’estetica per il K-pop è tutto, perché è estetica ma anche lifestyle.
Noi siamo amanti del lifestyle in Italia ed è per questo che ha attecchito tanto nel nostro Paese. Gli italiani sono quelli che viaggiano di più in giro per il mondo e per l’Europa per andare a vedere i propri artisti K-pop preferiti.
Le ragazze e i ragazzi viaggiano per gli idol è sempre stato così dai Beatles a Michael Jackson a Madonna e per la K-pop è uguale, oggi ci sono molti fan club, triplicati grazie ad internet. Tramite questi gruppi ci si ci si organizza e si capisce che è un fenomeno virale perché masse di persone si spostano di casa spendendo anche parecchi soldi per andare a vedere il loro idol preferito.
Inoltre abbiamo notato che anche il pubblico si è alzato di età abbiamo anche gente di trenta quaranta o cinquant’anni che mostra come questo sia diventato un fenomeno sempre più eterogeneo».








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