A Macerata, il 14 giugno, tre ragazzi molto giovani Nicolas Calabrese, Giorgio Franceschini e Daniele Francalancia sono morti in un terribile scontro in superstrada. Un fatto gravissimo, una tragedia che ha sollevato la partecipazione corale dell’intera città.
I genitori e amici dei tre ragazzi hanno fondato l’associazione Tristar per realizzare quei sogni che purtroppo non potranno più realizzare e al tempo stesso per offrire opportunità ad altri giovani.
In questo contesto Filippo Sani, sociologo, pedagogista, counselor relazionale e di orientamento propone una riflessione, rivolta alle famiglie e ai genitori sul senso della responsabilità degli adulti nella prevenzione del disagio che, non riguarda i tre ragazzi, ma il conducente dell’altro veicolo coinvolto come tanti giovani.

di Filippo Sani
Non avrei mai voluto partecipare ad un evento drammatico e così abnorme nella sua tragicità, come quello vissuto in occasione della scomparsa dei ragazzi di Macerata Nicolas Calabrese, Giorgio Franceschini e Daniele Francalancia.
Ero con mia moglie alla fiaccolata organizzata in loro memoria e, come padre, ho provato un senso di vuoto e di smarrimento indicibili.
I familiari hanno fin da subito reagito all’angoscia del lutto, attivandosi nell’ottica della costruzione di momenti partecipativi a favore dei giovani di Macerata.
L’associazione Tristar e parole che accarezzano l’anima
È notizia di qualche giorno fa, la costituzione della nuova associazione Tristar fortemente voluta dai genitori dei tre ragazzi.
«Serviva qualcosa di grande per sfogare il dolore e rispecchiare i nostri ragazzi, anime pure e gentili… Da questa tragedia doveva scaturire qualcosa per aggregare i giovani» ha affermato Valentino Calabrese, papà di Nicolas, sulle pagine di Cronache Maceratesi.
Le parole di Valentino accarezzano l’anima. Offrono una cura di amore e di compartecipazione al dolore ad ogni genitore, che ha l’opportunità di integrare e vivere negli spazi più nascosti della propria emotività la speranza, per non soccombere.
Sono considerazioni che disegnano anche una prospettiva di promozione alla prevenzione educativa. Creano una riflessione sulla responsabilità educativa che appartiene esclusivamente agli adulti e che presuppone scelte condivise nell’area della riduzione del rischio e del disagio.
Non si possono rimuovere le cause della tragedia
Affrontare e gestire un dolore così incommensurabile come la perdita di un figlio, non può però trascinare la comunità nella rimozione delle cause della tragedia. Non è il piano della colpa o della rivendicazione ad essere preso in carico (puntare il dito verso qualcuno non avrebbe senso), ma la consapevolezza che un conclamato disagio adulto ha cancellato tre giovani vite, per esserne poi vittima fino all’autodistruzione.
A noi adulti che abbiamo una responsabilità educativa, sia come genitori, sia come educatori, insegnanti, allenatori e animatori, spetta un ruolo fondamentale e pedagogicamente insopprimibile, che si articola su due presupposti: la coerenza (“i ragazzi recepiscono ciò che gli adulti sono, non quello che gli adulti dicono”, parafrasando la grande psicologa Silvia Vegetti Finzi) e la comunicazione competente.
Non rimuovere le cause della tragedia, significa avere il coraggio di assumerci delle responsabilità di fronte alle conseguenze che il consumo di sostanze stupefacenti, di qualsiasi tipo, può causare nel cervello di una persona, soprattutto se è un adolescente. Ricerche scientifiche longitudinali e approfondite ci offrono oggi la prova inconfutabile che proprio la caratterizzazione neurologica del cervello dei preadolescenti e degli adolescenti (con la corteccia prefrontale ancora immatura e il nucleo limbico in forte espansione) predispone a danni cognitivi permanenti, ad un aumento dell’impulsività e ad un rischio enorme di sviluppare disturbi psichiatrici. Se parliamo di comunicazione competente, non possiamo che convergere sulle precedenti considerazioni.
A tal fine, risuonano forti e penetranti le considerazioni dell’avvocato Giuseppe Bommarito, che, a commento della proposta progettuale di Tristar su Cronache Maceratesi, domanda lecitamente: “Non pensate di fare anche delle iniziative per battervi contro il dilagare della droga e dell’alcol tra i giovani e meno giovani?”.
Affrontare il disagio
È fondamentale che la città non si limiti, nonostante le buone intenzioni, a reagire solo con il dolore e la commiserazione. Come ‘adulti competenti’, che soprattutto assumono un ruolo istituzionale, abbiamo l’obbligo di lavorare perché il disagio possa essere affrontato, gestito e curato.
E, soprattutto, che ci si impegni sul fronte della prevenzione, affinché possano essere individuati e progettati dei presidi educativi, con l’obiettivo strategico di coinvolgere i più giovani in azioni di protagonismo civile, nell’ottica di fornire modelli comportamentali adeguati per affrontare la complessità (penso, per esempio, a gruppi di confronto, con la regia di un educatore, sulle tematiche più scottanti: dipendenze, uso del digitale, uso dei social e dello smartphone, bullismo, violenza nei gruppi, multiculturalismo, razzismo, violenza di genere). L’associazione Tristar è sicuramente un forte segnale in tal senso.

Alcuni mesi fa una collega pedagogista mi ha coinvolto in un importante intervento educativo a favore di un gruppo di adolescenti e delle loro famiglie. I ragazzi si erano resi protagonisti di un grave atto di vandalismo, compiuto in evidente stato di alterazione psichica sotto l’effetto dell’alcol. Grazie al coraggio e al forte senso di responsabilità dei genitori, abbiamo potuto incontrare sia gli adulti sia i figli.
Ci siamo dedicati ad un approfondimento più tecnico rivolto ai genitori, centrato sulla relazione educativa e sulla gestione dei conflitti con gli adolescenti. Contemporaneamente, supportati da un educatore di strada, abbiamo incontrato i ragazzi, stimolandoli ad una riflessione partecipata sui temi più caldi della loro età: la trappola dopaminergica legata all’abuso di alcol e di sostanze, l’attrazione per il rischio e il condizionamento del gruppo.
In sostanza, siamo riusciti ad attivare un di presidio educativo, che a fronte di un acting out violento e autolesivo messo in atto dai ragazzi, è riuscito a sviluppare una rete di supporto sia rispetto all’area adolescenziale, sia riguardo agli adulti.
Autoproteggersi dal disagio facendo rete
Ogni città, ogni paese, ogni contesto comunitario produce disagio sociale. Ma tutti contengono straordinarie risorse per affrontarlo, gestirlo e per curarlo adeguatamente solo se il sistema riesce a fare rete, autoproteggendosi.
I presupposti educativi, contrassegnati dalla coerenza e della comunicazione competente, di cui parlavo sopra, dovrebbero essere incarnati anche da chi ha una responsabilità istituzionale e politica.
Da questo punto di vista, l’idea di far circolare, in un contesto sociale così già fortemente esposto all’emergenza educativa, voci di personaggi famosi che addirittura legittimano o sottovalutano il problema droga, mi sembra francamente agghiacciante. Come padre e come ‘tecnico’ dell’educazione, vorrei non poter più leggere affermazioni apodittiche e farneticanti di personaggi pubblici invitati a parlare in città (addirittura dal palco del Lauro Rossi) che sostengono impunemente che la droga “andrebbe tutta liberalizzata. Viene consumata perché è buona, quindi non ha senso continuare ad essere un’emergenza e combattere la guerra alla droga, è già persa. È un po’ come lottare contro l’alta marea”.
Se vogliamo affrontare con competenza educativa e comunicativa il disagio, che soprattutto il consumo di sostanze stupefacenti comporta, non dovremmo assecondare messaggi di personaggi pubblici che sfruttano il proprio consenso, anche in maniera provocatoria, cercando di alimentare solo il proprio narcisismo.
Chi occupa un ruolo istituzionale, in occasioni pubbliche nelle quali vengono veicolate informazioni delicate e a forte impatto sociale, dovrebbe sintonizzarsi con i principi fondamentali che ispirano il lavoro educativo, sociale e psicologico dei professionisti che hanno a cuore il futuro delle giovani generazioni.
*Filippo Sani, sociologo, pedagogista, counselor relazionale e di orientamento. È nello staff del centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza (www.metododanielenovara.it)







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