
Paolo, ragazzo di quindici anni, studente dell’ Istituto Panciotti di Fondi di Latina, poco prima dell’inizio della scuola, si è tolto la vita in casa. È difficilissimo commentare queste tragedie. Abbiamo chiesto di farlo a Paola Nicolini, docente di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione nel Dipartimento di studi umanistici all’Università di Macerata
di Paola Nicolini
È di questi giorni un’ennesima triste notizia che riguarda un ragazzo che frequentava le scuole superiori e che, per alcuni suoi comportamenti ritenuti strani dai propri coetanei e coetanee, è stato preso di mira con una serie di sbeffeggiamenti e prese in giro.
In particolare, che cosa aveva di diverso questo ragazzo? Portava i capelli lunghi, era biondo, dicono che fosse gentile e che volesse porsi spesso in aiuto a favore di altri compagne e compagni. Probabilmente risultava un ragazzo più remissivo, ed è stato preso di mira perché dava l’impressione di essere più sottomesso o più fragile, quindi poteva dare l’opportunità a chi non ha particolari competenze per poter spiccare all’interno della massa dei coetanei per le proprie posizioni positive, di spiccare invece per quelle più negative.
Sotto la pressione di continue vessazioni, questo ragazzo prima ancora di rientrare nella scuola si è tolto la vita probabilmente non sopportando più il peso di tali relazioni impostate all’aggressività e alla violenza.
Si parla molto di colpevoli e purtroppo lo spettacolo degli adulti che stanno in qualche modo rimpallandosi la responsabilità del tragico evento non è edificante, in quanto da subito la famiglia si è espressa in maniera molto categorica contro la scuola. La scuola ha messo in campo una strenua difesa della propria posizione, che a sentire dirigenti e insegnanti, era del tutto inconsapevole e ignara rispetto alle dinamiche che erano in corso nella classe in cui il ragazzo era inserito. Questo rimpallarsi di responsabilità da parte del mondo adulto infragilisce le nostre giovani e i nostri giovani, che da un lato ne approfittano per sentirsi protetti e iperprotetti da parte di chi si pone dalla loro parte, ma dall’altro subiscono il rimbalzo che crea sfiducia nel mondo degli adulti, che invece dovrebbero essere disponibili a collaborare per capire come sono andate le cose e soprattutto per evitare che quanto è successo si riproponga anche in altre situazioni.
Aldilà delle situazioni legali che hanno un loro corso, c’è un piano educativo che non dovrebbe essere mai trascurato sia da chi è genitore, sia da chi è posto istituzionalmente a supporto della crescita delle nostre giovani generazioni. Probabilmente anche questo è stato un fattore che ha infragilito la psiche di questo giovane ragazzo, perché chissà da quanto questa mancanza di collaborazione si era trascinata nel tempo, dando in qualche modo una rappresentazione del mondo in cui viviamo, soprattutto in una mente più giovane, come frammentato, conflittuale, aggressivo, incapace di collaborare, negoziare, capirsi, comprendersi e porsi al servizio della crescita dei più giovani.
Quindi dobbiamo porre in campo anche quest’elemento per poter interpretare meglio le cornici nelle quali collocare la situazione e il brutto avvenimento.
Aldilà della questione del singolo e della singola, che magari erano quelli che hanno sbeffeggiato, preso in giro, quelli che hanno fatto finta di non vedere o quelli che non si sono proprio accorti, presi da altro, che quindi hanno responsabilità dirette o indirette, se vogliamo anche dal punto di vista legale, la principale responsabile dal punto di vista della cultura dell’educazione o meglio di una cultura della diseducazione è che sempre più ogni differenza viene vista come un pericolo, come una minaccia, come un assalto alla cultura di maggioranza che vuole che le cose si perpetuino sempre alla stessa maniera, cosa di per se impossibile.
La storia ci insegna che la società è in continua evoluzione. Molto di più oggi perché questa società cambia, come è sempre cambiata, ma lo fa ad una velocità molto più rapida per l’avvento di tutta una serie di processi difficilmente governabili e difficilmente arrestabili. Pensiamo banalmente e in maniera anche molto semplicistica all’avvento dell’Intelligenza artificiale e di come essa ormai si sia insinuata in ogni angolo della nostra vita e stia cambiando il nostro modo di esistere, le nostre abitudini quotidiane, il nostro modo di rappresentarci il mondo e di risolvere i problemi.

È di questi giorni la notizia che all’interno del collegio di rappresentanza del Governo albanese, oltre ad esserci ministri e ministre in carne e ossa, c’è anche una Ministra totalmente virtuale e generata del tutto tecnologicamente, che dovrebbe occuparsi dell’affidamento degli appalti pubblici.
Come possiamo pensare che la società si arresti? Le migrazioni ci sono da sempre, da quando l’essere umano si è messo su due zampe, si è messo in cammino e i confini non sono elementi reali, sono elementi geografici non sono barriere effettive, concrete, ma sono elementi simbolici posti per motivi politici, geografici, economici tra gli stati.
L’attraversamento di questi confini, che dal punto di vista del puro andare in giro per il mondo non dovrebbe costituire un problema, invece lo costituisce in quanto questo superamento del confine viene additato come una possibile minaccia alla nostra stessa cultura e sopravvivenza. Parliamo di confini all’interno delle nazioni, con tutto il tema delle migrazioni come accennato, ma questa difficoltà a tenere con sé, senza doverla scartare, ogni differenza è palese in ogni ambito.
Dobbiamo essere tutti conformi e conformati. Dobbiamo tutti alimentarci alla stessa maniera, vestirci alla stessa maniera, frequentare gli stessi luoghi alla stessa maniera per poter essere riconosciuti dalle altre e dagli altri per poterci sentire adattati all’interno dei nostri contesti. E se questo ovviamente è una necessità e in qualche modo è una garanzia, dall’altro quando questo pensiero si irrigidisce, diventa una cultura dello scarto, dell’emarginazione, dell’esclusione di tutte le persone che in qualche modo per questioni sociali, culturali, di colore della pelle, di modalità di comportamento, di processi mentali o di azioni messe in campo, divergono sotto diversi profili da ciò che noi riteniamo essere la norma.
Se noi non inseriamo e ampliamo tutte quelle azioni che ci permettono di stare con noi stessi mentre stiamo in pace con le altre e gli altri, di essere accanto alla diversità e alla differenza come un valore aggiunto, noi avremmo sempre qualcuno che paga il prezzo per tutte e per tutti di portare con sé non il valore di essere differente ma il peso della propria diversità. Questo a volte diventa un peso schiacciante per chi, come il ragazzo di cui stiamo parlando, non ce l’ha fatta e ha deciso che era meglio togliersi di mezzo, piuttosto che affrontare la differenza e portarla come un vessillo del proprio modo di essere al mondo. Avremmo potuto, e dovremmo farlo in tanti altri casi, portare il suo vessillo insieme


