
di Filippo Sani*
Lo psicoanalista italiano Luigi Pagliarani sosteneva convintamente, già nei primi anni ’90 del secolo scorso, che “spesso noi usiamo impropriamente conflitto come sinonimo di guerra; ma non si tratta di sinonimi. Credo che la guerra sia una elaborazione patologica insana del conflitto.”
Il conflitto al centro di una incredibile confusione semantica
Purtroppo, soprattutto nel nostro universo linguistico italiano, i significati di guerra – violenza e conflitto sono praticamente sovrapponibili, provocando un’incredibile confusione semantica.
In numerosissimi comunicati giornalistici, in tanti talk show televisivi, sui social, pervade la sovrapposizione tra conflitto e guerra, tra conflitto e violenza. A tutti noi è capitato infatti di imbatterci in titoli formulati con questa unica modalità: “Il conflitto israelo-palestinese”, oppure: “Il conflitto russo-ucraino” e via dicendo.
Mentre, il significato di conflitto dal nostro punto di vista e nell’universo linguistico extra italiano ha tutt’altra valenza e accezione, sostanzialmente orientati a considerare il conflitto come forma di disaccordo e discussione tra persone riguardo a qualcosa di significativo, di importante.
Le relazioni e le interazioni nell’infanzia
Il conflitto è uno stato della relazione, che riguarda due o più persone, in cui si presenta un problema (contenuto) che crea un fastidio (significato emotivo).
Il litigio infantile, ad esempio, è una forma di interazione che, se gestita correttamente, aiuto lo sviluppo personale e sociale. In questo ambito, è fondamentale che i bambini e le bambine possano parlare tra loro, dando la loro versione dei fatti. Mentre la violenza si presenta come un’azione fondata sulla volontà di danneggiare l’altro, al fine di “risolvere” il problema ed eliminare le componenti perturbanti (disagio) della relazione.
Il conflitto non è un incidente di percorso, un imprevisto, ma una struttura relazionale e di apprendimento. Nella violenza, invece, si assiste all’eliminazione della relazione, si danneggia intenzionalmente l’altro e/o se stessi. Il danno è irreversibile.
Non dovremmo aver paura dei conflitti. Stiamo solo incontrando qualcuno che vuole metterci del suo e nessuno degli interlocutori è colpevole del disagio emotivo e cognitivo che si crea, essenzialmente perché ciascuno ha contribuito al problema.
Paradossalmente, proprio la paura dei conflitti, il loro evitamento, dispone la persona verso atteggiamenti aggressivi e violenti, sia nei confronti degli altri, sia nei confronti di sé stessi.
L’adolescenza e la massima percezione conflittuale
Un momento particolare della nostra vita in cui il la percezione conflittuale è massima è quello dell’adolescenza. In questo periodo, molto più lungo di quanto si potesse ritenere fino ad una decina di anni fa, proprio il disallineamento dello sviluppo della corteccia prefrontale (che matura completamente verso i 24/25 anni) con il sistema limbico (un’area cerebrale deputata alla guida delle emozioni) determina il livello di conflittualità più alto in assoluto dell’esistenza umana. La diversità di sviluppo di queste due aree cerebrali fa sì che gli adolescenti siano propensi al rischio ma allo stesso tempo permette loro di essere maggiormente predisposti all’apprendimento.
Tant’è che molte ricerche in ambito educativo ci confermano come alcuni comportamenti lesivi e autolesivi possono trasformarsi, diventando reversibili, grazie ad interventi specifici di natura psicoeducativa.
La necessità di confliggere
L’adolescente ha necessità di confliggere per potersi mettere alla prova in un mondo che si presenta ai suoi occhi in costante trasformazione (famiglia, amicizie, sentimenti, scuola, sport).
Le ragazze e i ragazzi in questa età complicata e sempre più dilatata, esprimono attraverso le relazioni conflittuali il bisogno di intraprendere un percorso di differenziazione e individuazione, fondamentali per la costruzione della rappresentazione di sé.
Se l’individuo, non solo l’adolescente, attraverso i suoi comportamenti di fronte agli imprevisti esprime una fatica a stare nelle relazioni, sperimentando una sostanziale incapacità di stare nella tensione relazionale, vivendola prevalentemente come una minaccia insopportabile, presenta una carenza conflittuale(1) ed è più predisposto a compiere atti aggressivi e/o violenti.
Al contrario, la competenza conflittuale (2) esprime la capacità di stare nella tensione relazionale affrontandola come una situazione che può essere gestita. La capacità di assumere il conflitto, imparando a so-starci, evitando di spostare in maniera paranoica sull’altro, o sugli altri, quelle che sono in realtà le proprie pulsioni interne, è frutto di un grado di consapevolezza nel tollerare e reggere la frustrazione comunicativa e relazionale.

Un convegno nazionale a Piacenza
Su questi temi e lungo la scia di queste riflessioni sarà dedicato il convegno nazionale del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza, che si terrà proprio nella città emiliana il prossimo 8 novembre.
Al centro di questo convegno, dal titolo emblematico “Vivere bene i conflitti per stare in salute”, c’è una convinzione profonda: non possiamo stare davvero bene se non impariamo a stare nei conflitti.
La nostra salute, come ci ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non è solo l’assenza di sintomi o malattie, ma un benessere pieno, che riguarda il corpo, la mente e le relazioni. E le relazioni non sono mai lineari, né prive di tensioni.
Il conflitto, come abbiamo cercato di mettere in luce sopra, fa parte della vita: nelle famiglie, a scuola, a lavoro, dentro di noi. Il vero problema non è la sua presenza, ma la difficoltà che abbiamo a gestirlo.
Quando lo evitiamo o lo viviamo come minaccia, rischiamo di logorare la nostra salute e il nostro equilibrio interiore. Il cuore del convegno è semplice e potente: imparare a vivere bene i conflitti per stare meglio, con gli altri e con se stessi. (3)
Ospiti del convegno: Daniele Novara, pedagogista, direttore CPP e autore – Miguel Benasayag, filosofo, psicanalista e autore – Sebastiano Zanolli, manager e autore – Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva e autore – Diego Miscioscia, psicologo, psicoterapeuta e autore – Silvia Vegetti Finzi, psicologa, pedagogista e autrice.
*Filippo Sani, sociologo, pedagogista, consulente educativo, formatore dello staff del Centro Psicopedagogico di Piacenza
Bibliografia


