
di Carlo Torregrossa
Com’era concepito il corteggiamento nella tradizione contadina maceratese,? Sicuramente, a quei tempi, l’amore non era una cosa privata, ma un insieme di riti e usanze popolari. A raccontare questi “riti d’amore” sono stati proprio i ragazzi e le ragazze che animano Borgo Ficana a Macerata.
Come? Attraverso una passeggiata patrimoniale proprio nel giorno di San Valentino, nel corso della quale hanno svelato tutti i segreti dietro le usanze romantiche di un tempo.
Gli stornelli amorosi per farla innamorare
Quando non si era ancora fidanzati non si poteva parlare con la ragazza. A controllare (controllo che oggi sappiamo essere sintomo di relazioni tossiche, ma che allora era culturalmente non solo tollerato ma anche auspicato) che nessun’uomo le girasse attorno, spesso erano i fratelli più piccoli, la madre o la nonna.
Quindi, per conquistare una donna di cui si era innamorati non rimaneva altro che dedicarle degli stornelli amorosi. Queste canzonette potevano essere di godimento, oppure potevano anche essere di dispetto, con dei doppi sensi che facevano arrossire la ragazza alla quale erano dedicati.
Ma grazie alla musica si poteva anche battibeccare, le coppie potevano litigare a colpi di canto, chi vinceva? Chi perdeva per primo la voce.
Il tempo della matrimonio, la grande abbuffata
Dopo un lungo fidanzamento c’era il matrimonio, che era il momento in cui si stipulava tra moglie e marito il contratto a casa di lui. Ognuno dei coniugi elencava la propria dote, quindi gli oggetti che ciascuno aveva.

Alla futura moglie veniva poi donato del sale, perché ogni donna doveva sapere utilizzare la ragione, del pane perché doveva saper cucinare e una canocchia perché ogni futura moglie doveva saper cucire e rammendare i vestiti.
Ma la festa di nozze era anche un momento in cui si mangiava tantissimo, un evento che per il borgo di Ficana era abbastanza raro, dato che si tratta di un luogo in cui vivevano solitamente le persone che dalle campagne si spostavano nelle città per cercare lavoro nei campi.
Le case erano in terra cruda, composte da due sole stanze: la cucina e la camera da letto. Era una vita umile eppure, il giorno delle nozze si mangiava abbondantemente. Solitamente il proverbio degli abitanti era «Se vuoi far mangiare tuo figlio un giorno, portalo ad un matrimonio, se lo vuoi far mangiare una settimana ammazza il porco, se lo vuoi far mangiare sempre fallo prete».
Solitamente un pasto tipico era pane raffermo, grano turco, cibi poveri, mentre durante i matrimoni si potevano gustare salumi locali con stracciatella, vincisgrassi, dolci all’italiana e liquori caserecci.
La ‘r’masta
Anche in un piccolo borgo come Ficana esistevano le persone che non erano né fidanzate ne sposate, la cosiddetta ’r’masta, che non era sposata, quindi era colei che si occupava di badare ai bambini, alle bambine o gli anziani e le anziane.
Tanti i pregiudizi nei confronti della donna. Infatti, se non eri sposata poche erano le opzioni: o eri suora o eri una zitella. La donna non sposata era vicina all’immagine della fattucchiera o della strega, quindi una donna pericolosa.
La visita è stata condotta da Sara Mattiozzi, Luna Cremonini Krzystof Kurzawa e Karolina Pelczarska, che hanno guidato le curiose e i curiosi all’interno di borgo Ficana, un borgo di circa cinquanta case di terra cruda.
Questo luogo oggi rappresenta l’unico che presenta architettonicamente un raggruppamento così ampio di questo tipo di case, preservate anche grazie ai successivi interventi di manutenzione che si sono susseguiti nel tempo, soprattutto grazie alla vincolo di tutela paesaggistica delle Marche, di cui Borgo Ficana è parte dal 2003.
Le case, i giardini e tutti gli spazi esterni sono sotto vincolo e fanno parte dal 2015 della rete museale di Macerata, grazie anche all’Associazione Gruppo cittadinanza attiva (Gru.Ca) che dallo stesso anno gestisce l’ecomuseo.



